Unus pro omnibus, omnes pro uno L’ Italia vanta una notevole tradizione marziale che ha dato vita a numerose e importanti scuole di karate che, attraverso le competizioni e interscambi tecnici internazionali, ha “fatto scuola” nel mondo intero divenendo una “fonte di competenze” eccellente da imitare e con la quale confrontarsi, creando in molte nazioni emergenti un “modello da superare” forse ancora più importante e stimolantedi quello giapponese, gli stessi maestri giapponesi si sono serviti delle capacità dei giovani atleti italiani per sperimentare e fare evolvere il loro livello di conoscenza del karate e per affermare la loro egemonia stilistica.

Da più anni si parla di “olimpiadi” e, tuttavia, a oggi, non mi risulta sia stato fatto un censimento realmente “attendibile” e che possa dirci con esattezza “quanti praticanti siamo”, ma, soprattutto, quali criteri e parametri sono stati adottati dalle miriade di federazioni, associazioni e enti di promozione per “formare” tecnici e dirigenti.

In questo senso molte organizzazioni “sparano” numeri di tesserati falsi, e così facendo concorrono ulteriormente a destabilizzare edelegittimare, rendendo ancora meno forti e uniti nei confronti delle istituzioni nazionali, il movimento karate nella sua globalità.

Il risultato di questo “stato confusionale” è, purtroppo,sotto l’occhio di tutti; una situazione di stallo e di involuzione, sia sotto l’aspetto tecnico, politico-organizzativo che anno dopo anno ci sta traghettando alla deriva, senza che ci sia all’orizzonte una speranza di tempi migliori e soprattutto senza che ci sia un desiderio reale di inversione di rotta per il bene dell’arte stessa.

Se escludiamo alcuni atleti semi professionisti o professionisti, e certi Maestri che riescono, nonostante tutte le difficoltà oggettive, a “vivere di karate” la stragrande maggioranza dei praticanti, a mio parere, hanno fatto un salto indietro di dieci anni e le stesse federazioni nazionali e internazionali si sono ulteriormente frammentate e disgregatedividendo ancora di più i praticanti, i dirigenti e i maestri che, per ovvi motivi, si barricano dietro alla sigla di militanza federale scartando a priori possibili collaborazioni con altre organizzazioni o Maestri che, invece,potrebbero portare giovamento a tutti.

Ogni giorno nascono nuove sigle, che sfornano freschi campioni nazionali, nuovi dirigenti e maestri emergenti, questi altri non fanno chealimentare il corrente decadimento che alla fine ci troveremo a pagare tutti sia sotto l’aspetto tecnico che politico.

Mi piacerebbe pensare che ci fosse, anche nell’attuale panorama, la possibilità di collaborare, interagire e confrontarsi, pur nel rispetto della autonomia eautarchia di tutti, al fine di creare una “scuola nazionale” dove approfondire, studiare, e soprattutto, ricercare il karate sganciato da qualsiasi nomenclatura federale ma che vada a vantaggiodi tutti, soprattutto per tutti quelli che ancora credono nell’arte della mano vuota, al di là dello stile, dalla forma e delle sigle.

Se questa personale utopia si concretizzasse si crerebbero, secondo il mio parere, praticanti di karate con una tecnica “vera”, allievi affrancati da inutili ingessature, disposti a sfidare qualunque stile, scuola e, soprattutto se stessi; liberi da inutili e vincolanti artifici legati a: “il Maestro tal dei tali fa così e allora è giusto solo in questo modo”.
In questa maniera la “scuola italiana”continuerebbe ad essere esempio trainante e centro di ricerca avanzato a livello mondiale e noi tutti ne trarremmo grande beneficio; utilizzando la famosa frase dei tre Moschettieri “tutti peruno, uno per tutti” (in latino: Unus pro omnibus, omnes pro uno), con questo spirito potremmo dare un nuovo, energico e vitale slancio che porterebbe il karate ad un’ulteriore sviluppo e progresso.

Ciro Varone