KimeQuando mi viene chiesto di fare delle comparazioni tra la differenza che passa tra il ki e il kime mi piace delineare questi aspetti nel seguente modo: “il ki è l’energia “ipotizzata” mentre il kime è l’applicazione delle nostre capacità, è la cartina tornasole di tale teorema, il ki è la teoria e il kime è la pratica”.

Se  si parla di “arte marziale” non possiamo ridurre il tutto ad un Mu-kata, cioè, ad una forma vuota senza la reale “controparte”, ovvero la presenza dell’avversario, oppure di un rivale che è sottoposto al nostro volere!

La contraddizione del karate odierno è proprio questa: ci alleniamo e siamo “soddisfatti” di una “finzione marziale” e a seguito di questo ci sentiamo dei  “guerrieri” capaci di “uccidere con le sole mani” ma quanto il nostro potenziale esiziale può essere realmente applicato ad una pratica “sganciata” dalla libera applicazione?

Il kime è slacciato dalla forma, poiché la stessa lo ingabbia e lo configura come in qualcosa di “misurabile, di mostrabile” mentre, invece, la concretezza dell’ efficacia è corrispondente alla necessità  di esprimere il concetto di “to-do-me”, evitando “blocchi energetici nella postura interna ed esterna, mi gamae, ki gamae: schioccare  la giacca del karategi, arrestare bruscamente la corsa del braccio o della gamba non riproduce la “realtà del colpire”, chi si allena al sacco o al makiwara comprende ciò che scrivo, il pugile non misura la sua efficacia per il bloccaggio improvviso della tecnica, bensì attribuisce l’efficacia alla capacità di non “bloccare” la tecnica ma di esprimerla fluidamente e con velocità.

Bloccare il colpo è una condizione iniziale di forma-forza, che è utile per fare comprendere all’allievo il “come e dove” colpire, ciononostante  è anche la parte più rudimentale  dell’espressione di forma-forza che, a questo livello, è improprio chiamare “kime”, la maestria fluidifica l’azione e la rende adeguata alla circostanza e alla necessità che si misura non per il rumore della manica dell’ uwagi o del zubon  ma piuttosto per il risultato che ne fuoriesce: un corpo privo di intenzione ma fuso in una azione piena di potere  contundente.