Tribù marziale

Tribù marziale

Tribù marzialeDa quando esiste l’umanità l’identità collettiva ha sempre rappresentato una sorta di “coscienza indotta” che da prima avveniva con la composizioni dei popoli,tribù, famiglie, ora per associazioni, nazioni, città e non solo.

Oggi, l’identità collettiva è molto più complessa da definire, sicché l’essere“connesso” con il mondo stravolge l’idea di“vicinanza”, attualmente possiamo, attraverso i nuovi canali di comunicazione, internet, satellite, videofonino, ecc. ,essere più vicini, in maniera semantica, ad un americano, o ad un cinese che al nostro vicino di casa.

La coscienza marziale si sviluppa soprattutto per appartenenza ad un pensiero, un archetipo che rappresenta per quanti ci credono l’ideale da seguire e al quale ogni adepto dell’arte marziale si ispira, il maestro(sensei).

S ipartecipa ad allenamenti collettivi, gare, meeting, attraverso internet ci si scambiano informazioni, si traduce in pratica l’idea di contiguità e ci si identifica in uno stile, in una scuola o gruppo, in una tribù.

Ogni persona rappresenta una coscienza individuale che si forma attraverso una coscienza collettiva unica, ma ognuno di noi rappresenta un manifestazione di questa entità che si concretizza attraverso l’espressione soggettiva.

Quelli mancanti di un punto di riferimento si rivolgono alla comunità marziale, per chiedere di venire“iniziati ” ad una educazione che prevede gli aspetti mentali, emozionali e spirituali, si entra nella sfera degli incominciati per apprendere come evolversi in coraggio, lealtà e dovere, come una continua tensione rivolta alla costante educazione al valore e alle virtù.

Lo spirito di aggregazione, il sentimento della dignità collettiva, la finalità di costruire si fortifica da passaggio a passaggio, da uomo a uomo, da maestro ad allievo.

La regole marziali si trasferiscono per mezzo di principi educativi ricchi di essenzialità, per fare in modo che l’allievo di oggi diventi il punto d’appoggio delle generazioni future.

Ecco allora che lo spirito intrinsecodel laconismo marziale, trova la più alta constatazionenell’ elevazione al valore della “fatica del divenire” dei giovani guerrieri, votati alla trasformazione spirituale.

Il senso profondo dell arte della spada

Il senso profondo dell arte della spada

Il senso profondo dell arte della spada“La Prima Conquista dell’Arte della Spada è l’Unità tra l’Uomo eSpada.Quando la Spada è nell’Uomo e l’Uomo è nella Spada anche un filod’erba è un’arma affilata.”

“La Seconda Conquista è che la Spadaè assente nella sua mano , ma è presente nel suo cuore. Anche a maninude egli può abbattere il proprio nemico a cento passi.”

“LaConquista Finale dell’Arte della Spada è l’assenza della Spada nella mano e nel cuore. La Mente Aperta contiene tutto. L’Uomo di Spada è in Pace col Mondo. Egli non uccide e porta la Pace all’Umanità”.

La distanza (Ma-ai)

Ogni energia (yorozu chikara)

La distanza (Ma-ai)L’energia è una caratteristica di un corpo vivo, Eistein diceva “tuttociò che esiste è energia”. Il fisico Henry Margenau afferma chel’essere umano è un sistema al cui interno vivono altri sistemi più omeno complessi ed è egli stesso inserito in un sistema molto più ampio.La vibrazione del corpo umano è anche una condizione energetica legataal nostro ki, addirittura nella antica Grecia (500 a.c.) e nel IIIsecolo a.c. in Cina (Human) già si studiava la respirazione e lacapacità di incrementare tale energia attraverso esercizi particolaridi potenziamento e vibrazione del corpo. Nelle arti marziali il kiviene diviso su tre livelli: il ki universale, il ki della specie, e ilki personale; mentre nei primi due livelli non possiamo fare altro chepartecipare, il terzo, invece, lo possiamo migliorare o accrescere eperfino guidare e utilizzare per vivere meglio, prevenire o scoraggiareeventuali attacchi o nel caso ultimo difendersi efficacemente daqualsiasi pericolo. Possedere questo tipo di energia è l’obiettivo delBudo, provocare un’interruzione nella volontà dell’avversario perrendere privo d’effetto ogni sua tecnica d’attacco o per arrestarne lasemplice volontà bellica. Contrariamente alla teoria Cartesiana nellafisica quantistica ogni pensiero o immagine mentale corrisponde ad unaparticolare frequenza energetica, che trova la sua corrispondenza o“affinità vibrazionale” in una determina zona del corpo. Per ogniadepto delle arti marziale questo aspetto è fondamentale, in quanto,attraverso “queste frequenze energetiche” siamo in grado di captare eanticipare l’intenzione dell’avversario e riportarla a nostrovantaggio. Le fonti dalle quali possiamo attingere l’energia sono diorigine terrestre, solare, cosmiche e lunari, inoltre attraversol’alimentazione siamo in grado di nutrirci di nuova energia, ma nontutto quello che mangiamo è realmente “vivo” per esempio i cibitrattati con particolari prodotti per estrazione e raffinazione perdonola loro forza vibrante; lo zucchero bianco è un prodotto raffinato 14volte e trattato con calce , per questo motivo è un alimento “morto”;particolari cotture in forni a microonde o temperature superiore ai 70°eliminano l’energia vitale del cibo rendendolo addirittura dannoso peril nostro organismo. Anassagora, maestro di Socrate, nei suoi scrittiasseriva “…niente nasce né perisce, ma da ciò che esiste si riunisce esi separa”, Queste conoscenze sono state sperimentate e provateattraverso l’uso di macchinari come il contatore Geiger o il biometrodi Bovis macchinari in grado di misurare le radiazioni e l’energiacontenuta in certi alimenti e stabilire che le vibrazioni hanno unafunzione energetica ed egemonica su tutte le altre attivitàfisiologiche del corpo umano. Sappiamo, che come la carenza, anche l’eccesso di radiazioni, addirittura quelle a bassa frequenza, possonoavere effetti deleteri sul corpo umano, pertanto un acculo di energiasenza poterlo restituire all’ ambiente circostante o ad altre persone alungo andare porta alla malattia, questo è anche il punto di vistadella pranoterapia e del Reiki. In questo senso il karate è un’insiemedi principi metafisici che si alimentano dal nostro stesso sistema,generando una frequenza energetica che si espande e dilata restituendoal nostro oppositore l’energia prodotta fino a fondersi con l’universo,questo si riassume nel simbolo dello Yin e dello Yang dove tutto haorigine. Difatti nelle arti marziali un corpo rigido rappresenta la nontrasferibilità dell’energia, la fluidità è il presupposto per arrivareall’ energia del ki, ma l’utilizzo e lo sviluppo del nostro ki serveper accordarci al ki universale e renderci partecipi del tutto, difattiil Ki-Ai rappresenta l’unità, la fusione tra spirito-corpo-universo.

Marziale Guerriero Bushi

Marziale Guerriero Bushi

Marziale Guerriero BushiNel mondo delle arti marziali chi si allena per imparare a combattere viene chiamato guerriero,bushi.
InOriente lo steso appellativo ha definizioni decisamente diverse aseconda della zona: bushi in Giappone delineava il Samurai checombatteva per un signore; a differenza di Okinawa che bushi indicavaun uomo che aveva approfondito concetti altissimi della praticamarziale ma anche spirituali, etici e morali.
Questo ci fa capireche una definizione di tale portata non può essere improntataesclusivamente sulla forza fisica, sull’ira e sullo scontro tra duepersone, occorre invece fare ricorso alle più recondite energie mentalie fisiche, come pure alla volontà di affrontare una metamorfosi senzaeguali che potrà verificarsi solo dalla fusione del nostro io con l’iouniversale.
Pochi sanno, solo gli adepti più anziani di pratica, chel’allenamento delle tecniche di combattimento sono praticate inprospettiva di una lotta molto più complessa e toccante, ilcombattimento contro se stessi.
Molti praticanti di arti marzialinon si riconoscono nella definizione di “ guerriero”, ma anziattribuiscono a tale significato un limite di quello che realmente è illoro impegno e sforzo psicofisico per rendersi realmente liberi dallaviolenza e dalla guerra(budo, via per fermare la guerra).
Ladefinizione “marziale” è presa in prestito dalla mitologia classicaromana, dove Marte, padre di Romolo e Remo, rappresentava appunto ilDio della guerra e della violenza, pertanto il termine “marziale”andrebbe rivisto e quindi sostituito con un nome decisamente piùappropriato magari di “minervale”.
Minerva era una Dea nata daun’incontro tra Metide e Zeus, il quale temendo di perdere il suotrono, e dopo avere inghiottito Metide, si fece dare un colpo di asciache gli aprì la testa e dalle quale nacque Atena( Minerva per lamitologia romana) ricoperta di un’armatura robusta e dorata.
MentreMars(Marte) era un Dio iracondo, poco astuto, talaltro nato senzanessuno coinvolgimento maschile, che riusciva a placare la sua ira solocon l’amore di Venere(nel dipinto rinascimentale del Botticelli si puòosservare un Marte che dorme rabbonito dalla presenza della Dea al suofianco), questa figura di un Dio disordinato e irruente poco si addice all’ambizioso obiettivo del budo che punta a valori molto più asceticie profondi.
Guerriero è colui che lotta per se stesso, per la patriao per uno scopo, bushi è un uomo che lotta fisicamente, mentalmente espiritualmente contro le forze oscure e le proprie paure, control’alienazione di tutte quelle virtù che permettono all’uomo di elevarsiverso una forma più evoluta di filantropia, di umanità e spiritualitàche meravigliosamente bilancia due grandi forze: il bene e il male (Yine Yang).

Ciro Varone

Forma mentis

Forma mentis

Forma mentisL’educazione marziale è come quando in natura si equilibra.
Ri-equilibrare equivale ad aggiungere o togliere gli elementi in eccesso della stessa energia per bilanciarne le forze.
Spessoquesto concetto viene dimenticato da molti praticanti e così gli stessiannaspano nella sfasatura dello sport e/o dell’arte marziale: “essere onon essere”, paradossalmente la pace interiore arriva dopo lamanifestazione e il superamento di una grande violenza interiore: “dopola tempesta torna il sereno…”.
La locuzione latina “forma mentis”a mio avviso descrive molto bene ciò che spesso è rappresentato dallanostra formazione culturale, marziale e psicologica che ci è statainculcata, a torto o a ragione, da altri uomini e che insieme allediverse informazioni ricevute vanno a formare un substratointellettuale fallace e pretenzioso come la metafora che ci fa guardareal dito che punta la luna e non la luna : il vedere e non il percepire.
Mipiace prendere in prestito una frase di uno dei più imminenti filosofioccidentale, Hans George Gadamer, sulla riflessione “ermeneutica” nellaquale lo stesso dice “noi non ci conosciamo bene come ci conoscono glialtri, e gli altri non si conoscono così bene come li conosciamo noi”.
Moltivogliono praticare il karate ma non ne accettano e conoscono laformazione necessaria per tale pratica; praticano un’ arte concepitaper costruire guerrieri, oggi cittadini, pronti a tutto e poi se sispezzano un unghia mentre stanno facendo kumite si fermano e dannoforfait, oppure la domenica mattina non si allenano perché voglionodormire “un’oretta in più”, o al primo sintomo di stanchezza si fermano.
Sarebbecome un pilota d’aereo che si allena solo sul simulatore di volo e nonha mai volato realmente, la simulazione anche se ben congeniata èsempre diversa dalla realtà.
Il secondo punto del dojokun recita “ilKarate è via di sincerità”: siamo sinceri fino in fondo quando troviamoqualche scusa per non finire un normalissimo e semplice allenamento inpalestra? La pratica affrontata con questo spirito si può definiremarziale ?
Per i marzialisti orientali questa dualità è contemplatacome un’unica realtà di un bipolarismo che unisce e rendeindissociabile l’esterno dall’interno, il duro dal morbido, il maschiodalla femmina il marziale dal non marziale, in questo senso la loroformazione mentale differisce nettamente da quella dei praticantioccidentali.
Secondo questo principio la morte e la vita sono le duefacce della stessa medaglia, ura e omote. Possiamo quindi, allenarciper divenire più forti e risoluti se non siamo in grado di affrontareun allenamento di tre ore ?
Riusciremmo a difenderci per strada dauna coltellata quando abbiamo paura di praticare il combattimento conun nostro compagno nel dojo solo perché questo è più forte di noi?
Personalmentecredo che se lasciamo aperta la porta della disponibilità al sacrificioallora disponiamo della facoltà di comprendere molto di più di quelloche “facciamo fisicamente” e potremo scoprire che non può essercieducazione marziale senza il sacrificio, senza la voglia e la pazienzaper superare le nostre paure, la “sincerità della pratica” èfondamentale per l’ evoluzione del nostro livello tecnico- spirituale,il “percepire” è più efficace del vedere.
Non tutti si rendono contoche le arti marziali sono forse, al momento attuale, l’ultima ancora disalvezza nell’ educazione dei giovani che saranno gli adulti di domani,nella nostra cultura occidentale “la formazione marziale” è ormaiscomparsa e al momento tutti abbiamo sotto occhio ciò che stasuccedendo nel mondo, l’oriente rappresenta anche per noi occidentaliun legame con le nostre primitive origini marziali, questa scuola divita insegna la durezza ma anche la flessibilità, l’ efferatezza maanche la tranquillità, l’ audacia ma pure la mitezza e la bontà d’animo.
Andandoindietro nel tempo nella nostra cultura occidentale esisteval’educazione al divenire “guerriero”, in tempi remoti a Sparta siinsegnava la poesia, la musica, la danza, la capacità di leggere escrivere, allo scopo di formare futuri guerrieri al servizio dellacollettività. Tutte queste prerogative non venivano separate eclassificate come utili e non utile alla crescita marziale, ma eranoun’insieme inscindibile ed anche la mancanza di una sola di questeattività rendeva incompleta la formazione del guerriero.
Per questomotivo fin dai primi momenti di vita il piccolo spartano non venivafasciato, in modo da abituarlo a sopportare il caldo e il freddo e talisensazioni dovevano essergli d’aiuto da grande per superare i momentipiù difficili che la vita gli riservava.
Sin da bambino il piccolospartano imparava ad usare il giavellotto e a combattere praticando la“Pirrica”, una danza adatta a rinforzare i muscoli e a migliorare ipropri riflessi e a sapere gestire l’aggressività e divenire piùvigoroso e sicuro da adulto.
A 20 anni lo stesso spartano continuaval’ educazione all’onore raggiungendo il culmine con la cerimonia delsacrificio e dell’iniziazione al tempio di Artemide Orthia.
Poi perdiversi anni trascorreva il suo tempo in esercitazioni, all’occorrenzaprestando servizio per la patria su qualsiasi campo di battaglia, lateoria e la pratica, quindi, si univano in un’unica scienza certa,provata sullo scenario vero della realtà per la lotta alla sopravivenza.
Oggiquesto non è facile da realizzare in quanto l’intreccio sport e artemarziale e i cambiamenti culturali spingono sempre più verso unapratica “piatta” dove l’ allievo cerca di impegnarsi il minimoindispensabile per passare l’esame di cintura nera e il maestro se neguarda bene da spiegargli che dal quel punto in poi inizia, o dovrebbeiniziare, il vero karate, composto da una pratica fatta di sacrifici,di tanti passi avanti ma anche di qualche passo indietro, di lealtàverso se stessi, i compagni di pratica e del proprio sensei.
Perquesto motivo è importante che ogni adepto conosca la meta del proprioviaggio, un cammino fatto di piccoli passi verso l’autoformazione.
Infinevorrei terminare con questa massima Zen che ritengo appropriata aquanto sopra scritto: “Il corpo è l’albero della Bodhi, La mente è comeuno specchio chiaro; Continuamente sforzati di lucidarlo, Per nonlasciare che vi si raccolga la polvere.”

Ciro Varone

Dove sono finite le proiezioni del karate

Dove sono finite le proiezioni del karate?

Dove sono finite le proiezioni del karateIl M° Funakoshi scriveva: “ …al contrario del ju jutsu, il karate può essere considerato un’arte “dura”, in cui non è fondamentale proiettareo attaccare un’ avversario; nondimeno, poiché la durezza esiste inquanto esiste la “morbidezza”, combinare le due cose risulta senz’altrovantaggioso, e la loro istintiva fusione per adeguarsi alla forza diun’ avversario può dare risultati sorprendenti”. Il Maestro attraversodelle fotografie pubblicate sul suo libro “karate Jutsu”, ci mostra acremente come utilizzare queste particolari tecniche nelle più disparate situazioni di lotta.

Tutti i maestri di karate sanno ,o almeno dovrebbero sapere, che allenarsi a proiettare e a ricevere leproiezioni è un presupposto altrettanto fondamentale quanto saperetirare un calcio, un pugno o fare una parata: per sviluppare lecapacità di offesa e difesa è necessario ampliare le conoscenze e leprobabilità condizionali della realtà.

Quando ci si imbatte inun combattimento vero,reale, non simulato, come quello del dojo èabbastanza probabile finire al suolo e rimanere bloccati conl’avversario addosso che ci impedisce di muovere o addirittura scaricauna serie di pugni sulla nostra testa.

Ma allora perché la maggior parte dei karateka non si allenano su queste tecniche?

Semprecitando il M° Funakoshi vorrei aggiungere: “…le tecniche diproiezione vengono eseguite in relazione a un attacco, mai periniziarlo…”, questo ci fa capire che il combattimento che pratichiamooggi è un kumite unidimensionale che si sviluppa e si estende solonella direzione del “toccare per primo” e dello scontro contro un’altrapersona che si muove con tempo e tecnica simile alla nostra(praticantidi karate o addirittura dello stesso stile di karate).

Chiunquedi noi si è trovato,per qualche motivo, a difendersi per strada osolamente a combattere con un buon wrestler non può negare che hatrovato difficoltà a sottrarsi dalle sue prese e a stabilire la propriadistanza congeniale al suo combattimento.

Certo mi direte “io unbuon lottatore non lo farò mai avvicinare alle mie gambe o al miotronco, cercherò di colpirlo di pugno o di calcio prima che ciòavvenga”; tutto questo è vero, però state ugualmente attenti perché èampiamente dimostrato che quando due contendenti di estrazione marzialediversa o che non combattono in maniera standardizzata si affrontanosia su un ring, tatami o per strada spesso il combattimento continua aterra, e al suolo potreste non essere preparati quanto lo siete inpiedi!

Nel suo testo il Maestro parla di “attacchi da qualsiasidirezione e in qualunque direzione” questo ci fa intendere che non fariferimento al kumite shiai, bensì al combattimento reale, da difesapersonale dove appunto con questo suo libro anticipa sorprendentementequalsiasi altro sistema moderno di autodifesa.

Il MaestroFunakoshi non prende in prestito, come fanno molte altre discipline,delle tecniche di proiezioni dal judo o dal ju-jutsu come sei o nage,uchi mata, o soto gari e così via, che sono pure tecniche valide macomunque già di estrazione “sportiva”e che funzionano solo se applicatecontro qualcuno che si muove e combatte come un judoka. Ancora unavolta questo straordinario innovatore utilizza tecniche che sonoracchiuse nei kata del karate ma con una singolare capacità diadattarle al contesto e alla situazione ambientale legata all’ipoteticoscenario di dove avviene o potrebbe verificarsi lo scontro, questo mododi intendere la lotta a me piace chiamarlo “tridimensionale”.

Facendoun’accurata ricerca e allenandomi a mia volta con esperti di altrediscipline ho potuto verificare che queste tecniche proposte dalMaestro Funakoshi sono tecniche attualissime che si discostanonettamente da quelle dettate dai regolamenti sportivi e federali deljudo, lotta libera e sub mission. In questo senso le tecniche che cipropone nel libro sopra citato si sviluppano nella direzione delcombattimento totale e senza regola come era ai primordi dello sviluppodel karate. Le tecniche che ci propone il maestro sono:

Nejidaoshi-torsione verso il basso, leva al gomito dell’avversario, riscontrabileanche in bassai- sho,nijushiho, tekki, e numerosi altri kata

  • Kurasiwa- anello di catena- inserendo un vettore scomponentenell’attacco alto dell’avversario si spezza la sua linea di forza e sicolpisce in due punti dolorosi delle braccia(kyusho), riscontrabile nelkata bassai dai
  • Taniotoshi- caduta dalle valle- triangolo al corpo dell’avversariocon proiezione di testa al suolo, tecnica utilissima contro le prese alcorpo,riscontrabile nel kata chinte.

Yaritama –infilzare la palla, utile per difendersi da attacchi altie da prese improvvise al corpo: questa tecnica viene molto utilizzatanei nuovi sistemi di difesa personale come il krav maga, kapap, jetkune do, brasilian ju-jutsu.

Vorrei concludere questa miaesposizione con altre frasi del Maestro Gichin Funakoshi il qualescrive: “…pertanto, rimanendo nell’ambito della ragione, quanto piùsi assimilano i movimenti formali, tanto meglio si riuscirà a reagirecon naturalezza ed efficacia gli attacchi da qualsiasi direzione e inqualunque situazione”.

Ciro Varone

Yokei, Mukei

Yokei, Mukei

Yokei, MukeiLe arti marziali e il karate nello specifico oramai, sono sempre piùprotese verso la pratica sporti24va: l’efficacia del gesto è statosostituito dal movimento ginnico ed estetico fine a se stesso.

Peri meno esperti,in tal senso, è difficile distinguere il fine dai mezzi:se un movimento viene eseguito in quel modo efficace oppure in una garaviene “premiato” di più per la sua dinamicità e ampiezza? Molti dicono”faccio questo movimento in questo modo perché piace di più agli arbitri”.

La formazione marziale non è mai stata, e mai potràessere, legata alla “forma” se per forma si intende qualcosa di staticoe di immutabile nella sostanza e nel trascorrere degli anni, l’estetica, yokei (avere forma) non può essere per un’arte marzialel’unico parametro di valutazione.

Personalmente la forma la identifico come un insieme ordinato di regole necessarie ad attraversola muscolatura, la respirazione, l’intelligenza , la trasudazione e la formazione marziale per far fronte a qualsiasi “circostanza di lotta” che si possa presentare in qualsiasi momento.

Il modo migliore,purtroppo, per capire questo concetto è quando ci si trova a combattereper la vita; in questa occasione ci si rende conto se è più importantel’aspetto estetico o quello pratico; faccio questo tipo di movimentoperché vengo premiato con un punteggio più alto o perché questodeterminato movimento mi permette di ritornare a casa ancora vivo.

Unapratica che non perde mai di vista questi presupposti è un’attivitàprotesa verso una condizione che in giapponese viene definita”shin-shin-shugyo”, l’addestramento della mente e del corpo in unacondizione di “tensione” fisica e mentale, una condizioneindispensabile dove l’attacco e/o la difesa sono “senza forma” (mukei), un’azione non scollegata l’una dall’altra che permette una rispostaimmediata e piena di efficacia.

Il maestro Taji Kase era ungrande interprete di questa particolare condizione di “forma nonforma”, il grande Kase dimostrava con eccezionale naturalezza e potenzaquesta condizione definita da esso stesso “kobo itchi”, l’attacco e ladifesa uniti in un unico movimento corporeo legato da un solo attorespiratorio che non dava scampo all’avversario.

Ciro Varone

L' appartenenza

L’ appartenenza

L' appartenenzaLe variabili che determinano l’appartenenza ad un gruppo, ad una religione, ad una scuola, ad una squadra sportiva, ad un’identità nazionale o internazionale sono molteplici: ogni entità organizzata, secondo l’idea di appartenenza ad una scuola di pensiero, ha nel suo progetto intenzionale un obiettivo che possiamo definire secondo il seguente schema: 1-tecnico, 2-commerciale, 3-idealistico. L’uomo sente la necessità di far parte di un gruppo o di una comunità e di sentirsi “parte” in una realtà che si definisce a partire dal proprio io, condividendo percorsi, modi di vivere e pensare attraverso l’accettazione di alcuni “segni tipici”, che comunque poggiano le basi sulla consapevolezza delle proprie radici culturali, storiche e di confronto di esperienze personali e tramite la riflessione circa la propria identità; caratteristica quest’ultima fondamentale per definire la dimensione sociale dell’appartenenza, quanto più sarà forte la nostra riflessione personale tanto più riusciremo a capire la profondità del rapporto di appartenenza collettiva.In questo senso è basilare capire che non tutto quello che viene “proposto” da alcune organizzazioni o gruppi sia sempre “buono”, a tale scopo la propria riflessione e capacità analitica è essenziale per discernere il giusto dal cattivo, il bello dal brutto, il positivo dal negativo.Anche i terroristi appartengono ad una ideologia che si pone come fine il terrore e la distruzione.Nella mia carriera ho avuto modo di seguire con grande attenzione le lezioni del M° Nishiyama il quale veniva invitato annualmente in Italia per accrescere il nostro livello tecnico-culturale di insegnanti di karate.Ciò che mi piaceva di lui era la sua grande capacità di analizzare e scomporre la tecnica del karate per sviscerarne i particolari sia sotto l’aspetto fisiologico che tecnico: quando uscivo dalle sue lezioni avevo spunti e materiale per lavorare, ricercare e approfondire almeno per un anno di allenamento, ma la cosa ancora più bella è che ti sentivi di appartenere e partecipare ad una ideologia universale e unificante, unica nel suo genere.L’idea che mi ero fatto di lui era quella di un uomo “determinato” che a capo di una grande organizzazione cercava, nel bene e nel male, a torto o a ragione, di difendere un arte marziale che a suo dire doveva rispecchiare, anche nella gara shiai, il concetto del “to-do-me” e tutta la pratica era rivolta a quegli aspetti propri dell’arte marziale, in questo modo dovette anche ribaltare, nella sua organizzazione, il concetto di assegnazione dei “punti” nel kumite.Personalmente lo ritenevo ancora uno dei pochi Maestri onesti e sinceri che “lottavano” per ciò che credevano, lo stesso Carlo Henke, lo ha definito “un uomo onesto che credeva in ciò che faceva”, io voglio ricordalo associandolo ad un’immagine mentale che quella del ciliegio di montagna(yamazakura), un fiore bellissimo che riflette la luce del sole, sperando che altri possano “coglierla”.

La distanza (Ma-ai)

Il libro scritto dal maestro Varone

KARATEDO ESPERIENZE DI PRATICA“SEPARARE LE NUVOLE TROVARE LA VIA”

PREFAZIONE

Un libro come “separare le nuvole trovare la via” non poteva scriverlo un giapponese ma solo un italiano che ama veramente il karatedo in tutte le sue più intime sfumature. Il maestro Ciro Varone con schiettezza e senza peli sulla lingua fa un quadro reale e, purtroppo, futuristico reale del karate. Un presente che, continuando di questo passo, ci porta lontano dalla Via per avvicinarci allo sport/karate.Tecnicamente parlando il maestro Varone è oggi uno dei tecnici più preparati in Italia e, chi si allena con lui, scopre sensazioni e sapori antichi, riportati magistralmente nel presente libro, che ci fanno riflettere. Il maestro Varone è uno studioso profondo dell’Arte e i grandi maestri che ha frequentato e che ancora frequenta sono la testimonianza reale del suo amore per la ricerca. Lo studio attento dei testi che fanno da corolla alle Arti Marziali, hanno creato in lui una mentalità aperta e flessibile raramente riscontrabile in un maestro di una specifica arte marziale.E’ un libro che, va letto e riletto, cercando di approfondire quegli aspetti che non fanno più parte della nostra quotidianità di karateka, un libro che sicuramente sarà di aiuto e di guida ai numerosi insegnanti di karate e delle Arti Marziali.
Maestro Gianni Vittonatticintura nera 6° dan karate shotokan

Ho letto con grande interesse il libro dell’amico Ciro con il quale ho avuto esperienze di pratica e di cui conosco molto bene la serietà e la dedizione alla nostra arte. La chiarezza e la semplicità con cui esplora aspetti mai trattati se non marginalmente da altri autori, pone questa opera tra quelle più interessanti che io abbia mai letto, in cui si intuiscono deduzioni proprie di chi pratica con costanza.Ritengo che questo libro possa aiutare molto quei praticanti esperti che ad un certo punto perdono il senso e la passione del karate solo perché non riescono a trovare motivazioni più profonde o perché nessuno ha indicato loro il giusto percorso.
Maestro Michele Scutarocintura nera 7°dan karate Shotokan

 PREMESSA

Negli ultimi anni diversi ricercatori, storici e maestri hanno scritto libri sul karate.Un’arte marziale antichissima, arrivata dalla Cina come forma di kempo, kung-fu, quan–fa, ma probabilmente non proporzionata all’antico bisogno del popolo okinawense, che per tale motivo la trasformò, nel corso degli anni, in “te, to de, te jutsu”, karate jutsu, karatedo.Una primitiva arte di combattimento tramandataci da generazioni di maestri okinawensi, prima, e giapponesi dopo, “si dice che il kanji usato risalga addirittura alla dinastia Tang (618-907 d.C.)”.La prima pietra posta alla nascita del “te” fu favorita dal re di Chuzan, Satto (1353-1395) il quale istaurò un primo rapporto di vassallaggio con la Cina favorendo l’arrivo dell’arte marziale denominata Kempo ad Okinawa.Molte sono le speculazioni che accreditano, in diversi periodi, l’arrivo di distinti funzionari cinesi ad Okinawa i quali già esperti di arti marziali insegnarono agli abitanti del luogo i primi rudimenti dell’arte del “te” che poi si fusero con altri sistemi di lotta autoctona, amalgamandosi e dando vita al karate jutsu.Una teoria abbastanza attendibile è quella delle 36 famiglie: scienziati, medici, ingegneri e artisti, che approdarono nel villaggio di Kune vicino al porto di Nawa, stabilendo contatti e scambi con gli okinawensi; di fatto, esistono tuttora certi kata che portano i nomi di alcuni funzionari (Peichin) sbarcati ad Okinawa con diverse mansioni politiche e sociali.Questi maestri forieri, a loro volta, trasmisero i primi rudimenti ad altri maestri che nel momento attuale vengono considerati vere e proprie leggende, per citarne uno su tutti Soken Bushi Matsumura: eccelso guerriero che diede, con la sua autorevolezza marziale, grande impulso alla formazione del processo d’addestramento (keiko) che costituì l’impalcatura dell’arte della mano vuota.Il karate che oggi pratichiamo è stato oggetto di notevoli cambiamenti e mozzature sia nella sua terra natia, Okinawa, che in Giappone, e purtroppo ancora oggi nel nostro paese e in tutto il mondo.Le prime modifiche vennero apportate dal maestro Itotsu, il quale attraverso la semplificazione di alcune tecniche avanzate, che estrasse dai kata superiori, creò “un karate a misura di “bambino” e codificò, di fatto, i cinque kata Pinan (Eian) come una sorta di programma scolastico educativo adattato all’esigenze scolastiche del periodo, ma con la consapevolezza che quel programma “stringato” era solo, per ovvi motivi, un introduzione all’arte originale del karatedo.Fu così che il karate, pervenutoci dal lontano Oriente, in parte già modificato da Anko Itotsu da Gichin Funakoshi, e in seguito rivisto dal figlio Yoshitaka, è stato di nuovo ritoccato e reso, per alcuni, uno sport di massa e per altri un semplice business da intraprendere come qualsiasi altra attività commerciale senza alcuna implicazione filosofica e spirituale.Il karate, oggi, viene praticato in tutto il mondo, e si stima che i praticanti siano circa una decina di milioni.Da molti anni alcune organizzazioni per aggiudicarsi la “gestione del karate” polemizzano, litigano tra loro per essere ammesse alla corte del C.I.O, sperando di aggiudicarsi, da parte di un organismo sportivo, la licenza di stravolgere ancora di più una disciplina che come sappiamo è un prodotto straordinario di un epoca ricca di grandi fermenti storici e culturali e che rappresenta nella storia dell’uomo, assieme allo zen, la più alta constatazione della perfettibilità dell’animo umano.Probabilmente se il “movimento karate” continuerà su questo percorso finirà perdendo anche l’ultimo filo storico-culturale e filosofico che lo teneva legato al passato, trasformandosi in un semplice sport da combattimento oppure in una forma di ginnastica dimagrante con il sottofondo musicale.La speranza vana di alcuni politici di trasformare il karate in uno sport olimpico, per ricavarne dei profitti politici e materiali, ridurrà a brandelli, come è già capitato al Judo, anche le ultime fragili speranze di annoverarlo, di diritto, tra le arti del budo giapponese.Essendo io un accanito lettore, penso di avere letto quasi tutto ciò che è stato scritto sul karate, dal libro tecnico a quello storico-culturale, fino ad arrivare al libro che parla della filosofia delle arti marziali in generale e del karate nello specifico.Non che ci fosse bisogno di un altro libro, tuttavia, questo testo è partito da un idea di alcuni amici e compagni di pratica che ritenevano fosse importante mettere nero su bianco alcune informazioni, a loro dire, interessanti per tutti quelli che come noi sono alla ricerca di un karate non sportivo, non alterato, ma al tempo stesso non arroccato su false credenzeche impediscono la normale e necessaria evoluzione dell’arte del karate verso una forma più completa di pratica marziale che è possibile comparare al budo classico giapponese.Non ho la pretesa di stabilire a priori che queste mie esperienze di pratica, sviluppate in trenta anni di completa abnegazione, all’arte siano verità assolute e neppure è nelle mie intenzioni scrivere un libro storico o tecnico; oramai esistono sul mercato una quantità infinite di pubblicazioni e video tecnici da accontentare chiunque, anche il più esigente dei 6 praticanti e la stessa rete internet dà possibilità illimitate di reperire informazioni in tal senso.Quello che mi interessa è, senza nessuna presunzione, suggerire, per quanto lo strumento libro lo permetta, alcune nozioni di movimento marziale dal punto di vista di immissione al karate budo che si basa sull’efficacia e sul mantenimento di uno stato di salute protratto nel tempo di suggerire quindi quegli indizi che potrebbero tornare utili a quanti hanno già maturato venti o trent’anni di pratica e che si trovano in una situazione di stallo o di regresso fisico e spirituale, arrivato per una mancata progressione nell’apprendimento o per una errata interpretazione. Con questo libro vorrei stimolare il lettore a ricercare nella pratica di tutti i giorni, fatta anche nel proprio dojo, aspetti e nozioni marziali dimenticate, trascurate per rincorrere programmi federali o allenamenti prettamente sportivi al mero fine di acquisire un grado in più, una coppa o una medaglia.In questo manuale cercherò di dare alcuni suggerimenti tecnici che non hanno nessuna pretesa di essere assoluti, in quanto ritengo che nelle arti marziali non esiste nulla di completamente certo se non il continuo allenamento e perfezionamento, nondimeno, il lettore potrà trovare in queste indicazioni lo spunto e perché no anche qualche provocazione che lo sproni ad approfondire la propria ricerca personale.

INTRODUZIONE
Per capire il karate budo tutto è importante, ma ciò che lo è maggiormente è praticarlo non unicamente come attività fisica, ma come arte di modificazione di quelle virtù legate non solo all’essere ma al divenire.Lo studio teorico è un aspetto fondamentale ma deve arrivare dopo anni di serio lavoro fatto sotto la guida di maestri preparati i quali sono veramente ciò che dicono di essere: esempi di come il karate può trasformare l’essere umano tecnicamente, fisicamente e spiritualmente. Molti sono i maestri che detengono la qualifica di “maestro” ma ben pochi lo sono veramente: alcuni di essi pretendono dai loro allievi rispetto, mentre loro stessi lo negano in primis, vogliono che l’allievo sia leale con loro ma essi non lo sono con l’allievo, si propongono come guida spirituale ma fuori dal dojo si ubriacano, sono maleducati e approfittano della loro posizione per ricavarne vantaggi materiali giocando sulla filosofia e sulla spiritualità utilizzano la leva psicologica del tipo “ se non capisci il mio modo di fare è perché non hai ancora raggiunto un livello da potere afferrare i miei insegnamenti e quindi non li meriti”, per coprire i loro misfatti spacciano queste bassezze per “mondo”.La filosofia classica orientale affonda le sue radici nelle movenze marziali, il pensiero filosofico orientale è improntato sia sulle arti marziali che sulle arti espressive e culturali, in questo direzione lo zen è stato il collante che ha unito in un’unica assenza all’arte di combattere a mani nude o con le armi, la fisicità la spiritualità e la dottrina filosofica.La mancanza di una storia filosofica tipo quella occidentale di origine greca o romana, (secondo, terzo secolo a.C.) ha permesso una fusione di più pensieri e religioni generando dottrine particolarmente sensibili anche all’aspetto marziale della vita dell’uomo orientale, ma tutto ciò non ha niente a che vedere con la soggiogazione intellettuale che certi maestriesercitano sui propri adepti.Le arti marziali e lo zen si sono influenzate vicendevolmente, modificando positivamente l’attività dell’uomo vista nella sua completezza: mente spirito e corpo, ed ogni cosa legata ad esse serve per elevare l’uomo ad uno stato superiore di coscienza, satori.Il Giappone a differenza dalla Cina non è imbevuto di ontologia e preoccupazioni moralistiche, anzi, la sua cultura attribuisce come base della conoscenza universale l’esperienza pratica e la libertà spirituale per fondersi con l’universo e l’universo con esso.Oggi possiamo affermare, senza tema di smentita, che le arti bugei, lo zen, il taoismo, sono il risultato di una amalgama che ha dato corpo al bushido giapponese e con esso la formazione e la crescita delle arti marziali odierne.In certi casi la filosofia orientale ha influenzato anche alcuni dei nostri più illustri filosofi: due anni prima della sua morte Arthur Schopenhauer scrisse: “Budha, Eckhart ed io insegniamo la stessa cosa”.Oggi, la ricerca storica applicata al karate ha l’obbligo di non innalzare ulteriori barriere a quelle già esistenti, come ad esempio: “il mio stile è più antico del tuo, il mio è più efficace, il mio è più bello ect” al contrario il fine è di aprire un canale di comunicazione con la consapevolezza di attingere da esperienze di pratica fatte da maestri di un certo livello; non importa da quale stile o scuola di appartenenza, testimoni diretti di una trasmissione recepita da cuore a cuore ( I shin den shin)Per questo motivo il campo di indagine non si può discostare dall’esperienza di pratica che si intreccia inevitabilmente con la metamorfosi dell’uomo con il principio di con-testualità e con caratterizzazione antropologica he tiene in considerazione i caratteri dei praticanti, le origini, le razze e tanto altro ancora.Il significato di una determinata tecnica potrebbe dipendere, oltre a quanto scritto sopra, dal suo “contesto ambientale”, si provi infatti ad immaginare un attacco di pugno portato al viso, la relativa difesa subirebbe numerose variazioni quanto diversi sono i contesti e scenari ambientali in cui avviene lo scontro: una parata che nel kata viene eseguita facendo un passo indietro nella realtà per motivi ambientali e circostanziali potrebbe essere applicata avanzando o spostandosi lateralmente, in questo caso non significa che sia stato distorto il bunkai del kata, bensì la tecnica ha preso la ragionevole forma della realtà contestuale.Tutto questo ci fa capire che per cercare la storia del karate, che come sappiamo è frammentata e per certi versi incompleta e a volte anche mitizzata, c’è bisogno di molta esperienza, il solo studio teorico erudito della materia karate non basta a determinare e a collocare con precisione alcuni concetti propri dell’arte.E’ opportuno ricordare che l’arte si evolve con l’uomo, l’importante è conoscere il percorso da seguire per apprenderla e poi tramandarla nel modo giusto.

I sofisti del Karate

I sofisti del Karate

I sofisti del KarateQuando si parla di karate occorre sempre tenere presente che nello scorrere degli anni ha perso l’assolutismo rivolto all’essenza della lotta e ha acquisito altri aspetti come: forma di ginnastica, meditazione e gioco-sport.
Tuttavia, l’affinità e l’esteriorità ingannano a volte anche i più esperti praticanti che si lasciano ammaliare “dal canto delle sirene” e dal luccichio delle medaglie che troppo spesso fanno scordare e perdere divista l’origine e il messaggio ancestrale che ci arriva dalle arti marziali, sia esse orientali che occidentali.

Molti utilizzano il karate solo come “oggetto di scambio”,cioè si allenano in prossimità della gara, per acquisire un grado, oppure si fissano sullo stesso kata o tecnica agonistica per tutta la durata dei loro anni di tirocinio, diventando agli occhi della gente, dei grandi atleti, dei veri specialisti, sono disposti a vendere o comprare un allenamento per poi rivenderlo ad altri senza tramandarne la radice del gesto, questi personalmente li chiamo “sofisti”.
Per me i sofisti cercano lo scollamento con la tradizione e il sovvertimento di alcuni principi fondamentali che potrebbero mettere indiscussione le loro mascherate incompetenze, un esempio lampante è insegnare il karate tralasciando di istruire anche sull’educazione racchiusa nella disciplina, sempre più spesso si vedono persone che mentre insegnano si fermano a parlare con gli altri, vanno a bere, lasciano acceso e rispondono al telefono, evitano di fare il saluto, “abbozzano” qualche termine in lingua giapponese e non conoscono la storia, la filosofia (pensiero) e la tradizione di ciò che stanno insegnando.

Il karate ammette l’estetica e lo studio del bello, questo però strida con la nozione “del combattere” che invece ammette la privazione di qualunque orpello che ne devi il risultato: il vero “colpo mortale” nasce dall’intuizione e dall’essenza di pensiero-forma che non deve imprigionare e farsi catturare dall’attenzione e dalla fisicità del gesto: il fluire reale è soggettivo e non può essere giudicato da altri e neppure valutato con dei punteggi.

L’uomo modifica l’arte e l’arte fa l’uomo. Come diceva il Maestro Funakoshi il karate deve mutare e adattarsi ai tempi che passano,tuttavia, il “modificarsi” in questo caso è inteso come “raggiungimento della pienezza”, perciò, perché un’arte possa maturare deve prima essere capita, coltivata e sviluppata estendendo le conoscenze fino a padroneggiarne anche i più piccoli segreti, pertanto il compito e il dovere di modificarne, anche solo un piccolo gesto, spetta solamente ed esclusivamente a quel Maestro (shian) che ha maturato anni di esperienze e studio dell’arte ma non solo accademicamente.

Sempre più spesso si vedono in gare atleti che, forti di una incompetenza arbitrale, apportano modifiche anche significative ad alcuni passaggi dei kata modificandone i contenuti solo con l’obiettivo di impressionare atleticamente i giudici che riconoscendo punteggi alti decretano e autorizzano tali trasformazioni dettate solamente da motivi e modelli diperformance sportiva che poco hanno a che fare con l’arte marziale; capita così che dopo qualche anno si producono dei gesti inconsistenti dal punto di vista pratico senza sapere neppure il perché.

Qualsiasi trasformazione o modifica al karate, a mio avviso,deve essere pertinente e adatta a ciò per cui il esso è nato, in altre parole:l’esperienza esce dall’assunto scaturito dall’esperienza pratica nata sul “campo di battaglia” dove la congiunzione del concetto di sopravvivenza basato sul duplice valore della fisicità e della spiritualità dominante nella realtà dello scontro per la sopravvivenza, se si rispettano queste prerogative non c’è bisogno di dare spiegazione del perché di un cambiamento in quanto la modifica scaturisce dall’addestramento costante e dall’applicazione dinamica, reale emarziale, allora la “modifica” diventa esaltante, piena di energia pura e potrà essere utile anche a salvare la vita al praticante.

Oggi il karate è una delle discipline da combattimento più diffusa al mondo, ragione per cui nascono molti surrogati che agli occhi dei meno esperti “assomigliano nella confezione esterna (packaging) ” al karate ma ben lungi dal essere il vero karate budo tramandatoci dai grandi Maestri che sisono avvicendati nel corso degli anni.

Il karate racchiude in se la radice di una grande tradizione guerriera che attraverso lo scorrere degli anni è stata prima camuffata, poi trascurata e nel nostro tempo dimenticata; ciò nonostante esistono ancora molti Maestri che difendono, custodiscono e insegnano il karate budo senza cadere nell’errore dell’esaltazione idealista che sempre più spesso, nella stessa misura della mancanza di verve e di spiritualità perduta dalla pratica moderna-sportiva, diventa il riparo di molti “squilibrati di mente” che per mezzo del karate trovano sfogo alle loro manie di onnipotenza.

In questo modo l’uomo si allontana da se stesso e dal concettodi arte del “combattere”, il frazionamento della ambivalenza di “combattere o fuggire” determina la differenza tra congettura e azione, estraneità del corpo e non partecipazione dello spirito, in questo caso il kata, il kihon e ilkumite diventano degli esercizi vuoti, privi di realtà e qualsiasi sforzo difarli somigliare al karate budo diventa vano e improduttivo.