Ars longa, vita brevisIl fugace e il sacrilego incombano sempre più anche sul nostro pianeta karate, per cui  il senso di “utilità brutale e funzionale” sovrasta  decisamente la spiritualità della pratica  che ha fatto sì che,  nel corso dei secoli, un’arte sapienziale e guerriera come il karate, eretta sulla cultura della guerra e poi su quella della ricerca di pace ed  equilibrio psicofisico, stritolasse e facesse a pezzi le basi marziali  e filosofiche opacizzandone e occultandone le ragioni e le esigenze per cui le stesse hanno avuto e dato principio all’arte stessa.
A quanti di noi è capitato di sentirsi dire, quanto “tempo ci vuole per diventare maestro?”. Essendoci smarriti in una dimensione del mondo egocentrica, anche l’arte del karate è diventata una sorta di nutrimento  del nostro ego fine a se stessa, mentre invece nel budo è implicito il messaggio sacro di dedizione e naturalezza, tipico di quelle arti dove la spiritualità e corporeità esistono come unica e inscindibile dimensione dell’essere umano.

Ippocrate scriveva: “in tutte le arti, la vita di un uomo è insufficiente per raggiungere la perfezione, che suppone l’esercizio progressivo di più generazioni”.
A mio parere ciò che differisce il “karate arte” dal “karate sport” è proprio l’opportunità del primo di far morire il vecchio essere umano e fare rinascere un nuovo uomo, una genuina visione olistica dell’essere uomo che non è intrappolato da se stesso e dalle sue false illusioni idolatriche, una continua e perenne trasformazione che non termina mai, mentre molto spesso ci si ferma a “metà strada”, come scrive Coomaraswamy : “noi uomini siamo come la gazza ladra più preoccupati a collezionare oggetti che luccicano per soddisfare il nostro esibizionismo narcisistico piuttosto che il nostro Sé spirituale”.

Il suffisso “maestro” dovrebbe stare davanti a queste deduzioni, per cui, alcuni, quelli che realmente ritengono di essere adepti del karatedo, sono piuttosto riluttanti a farsi chiamare con tale titolo, poiché gli stessi sanno che tale attestato e alquanto marginale e trascende ogni sorta di maschera e orpello rispetto al vero impegno necessario per la pratica sincera e continua, che non si concretizza dall’esterno, ma piuttosto dal di dentro, da quello che si “percepisce e capisce” e non da ciò che se ne può ricavare, in altre parole noi possiamo cingerci di gradi, di qualifiche e fare tanti magnifici discorsi ma ciò che riusciamo a trasmettere realmente è sicuramente quello che “facciamo” con la comunicazione non verbale, cioè con l’esempio e la dimostrazione personale.

Il maestro di karate è colui che “penetra” i propri vizi e li estirpa attraverso l’austera pratica, esso cerca il “centro” e tende sempre al continuo miglioramento(non solo tecnico),  con dignità, sacrificio e umiltà diventa accompagnatore di quanti riconoscono nei sui gesti, comportamenti ed esempi come espressione del Sé spirituale intelligibile: rappresenta l’esempio di come, attraverso la pratica, si possa vivere nella realtà moderna pur rispettando il messaggio culturale che tale pratica implica; lo spirito vale molto di più di quanto possa darci qualsiasi grado, fronzolo o “veste monacale”, di questo esso ne è sempre cosciente e se ne assume l’impegno dinnanzi ai propri allievi.

Il valore del karate budo, rispetto al karate sport, come  il ruolo del maestro rispetto a quello  dall’istruttore sportivo risiede, non nella differenza tecnica gestuale, piuttosto nella possibilità di riportarci a una dimensione spirituale dimenticata  dalla moderna esistenza dove l’utilità viene prima del nostro stesso spirito.

Ciro Varone