Dalle armi al combattimento a mani nudeAnche il grande samurai Miyamoto Musashi era esperto del combattimento a mani nude, avendo studiato lo Yawarage, che non era solo una tecnica senza armi, ma bensì un sistema molto versatile che insegnava l’uso delle piccole armi nascoste(Kakushi Jutsu).

Nel tardo periodo Edo, quando l’armatura non venne più indossata e alcune armi venivano accantonate, cominciarono a svilupparsi metodi di combattimento più adatti alle necessità sociali dell’epoca.

Alcuni sistemi pugilistici Cinesi ch’uan-fa (la prima via), in giapponese detto Kempo, iniziarono ad emergere, diffondendosi a macchia d’olio in tutta l’Asia e in modo particolare in Giappone mescolandosi ad alcune forme arcaiche di Jujitsu.

Queste forme di lotta vennero sperimentate è applicate soprattutto dai nanushi(gestori) delle case di prostituzione. Il cliente ubriaco che diventata molesto veniva reso innocuo dai “gestori” i quali applicavano tecniche di difesa personale.

La frammentazione di molti di questi ryu offrì alla gente, anche di ceto medio, di conoscere diverse scuole e metodi di combattimento “disarmato”, inoltre, le leggi che proibivano l’uso delle armi, e la presumibile carenza di metallo per fabbricare armi, fecero il resto.a

Il combattimento a mani nude proveniente da una sola via si diramò in due tronconi ben distinti: il primo si prestava principalmente alla vita quotidiana, contadina e del ceto medio, indi vide alla luce anche l’utilizzo delle armi più comuni dei contadini come il bo(bastone lungo circa cm180), il tonfa(attrezzo utilizzato per piantare le patate nel terreno), il nunchaku ( due bastoni legati tra loro da una funicella, veniva usato per battere il riso), i kama( una specie di falcetto con una lama molto tagliente utilizzato per falciare l’erba); l’altro di chiara derivazione militare e marziale, attraverso ex samurai e soldati continuò, anche se in modo meno predominante, a tenere d’occhio tutti quelli aspetti legati alla strategia militare e all’uso delle armi classiche, naginata, katana e Kyudo(arco).

Poiché l’obiettivo degli abitanti delle isole ryu kyu era quello di accrescere gli scambi commerciali, quasi tutta quest’attività “ marziale” avveniva di nascosto, i Meikata (una danza popolare che racchiudeva le abilità combattive del popolo di okinawa) servivano proprio a camuffare le attitudini guerriere degli okinawesi.

Il popolo okinawese poteva indurre in inganno: all’occhio dello straniero riusciva a nascondere bene la radicata cultura marziale e la incline natura combattiva, tant’è che nel 1800, circa, un certo Basil Hall di ritorno da Okimawa ebbe un incontro con Napoleone, al quale raccontò degli abitanti di quest’isola che non possedevano nessun tipo di arma, ma che preferivano risolvere i loro problemi in modo pacifico.Tutto questo era decisamente curioso, per l’epoca e fece sogghignare Napoleone, dato che in tutta Europa vi era un continuo esplodere di cruenti guerre e qualsiasi problema veniva affrontato con grandi spargimenti di sangue.

Attualmente molte arti marziali o sistemi di combattimento a mani nude stanno subendo un’ulteriore trasformazione, una parte di esse si avvicina concettualmente sempre più ai sport da combattimento, tralasciando l’efficacia e la filosofia, col mero fine agonistico e sportivo.

L’altra parte incoraggia la ricerca personale e la crescita fisica- spirituale, desistendo dall’aspetto per cui sono nate le arti marziali “l’autodifesa”, ma allo stesso tempo prevede competizioni di Kata (forma) e kumite shiai(combattimento agonistico) al puro fine di pubblicizzare il movimento karate-sport e attrarre adulti e bambini verso la pratica del karate.

Esiste una terza corrente che caldeggia la difesa personale disinteressandosi delle medaglie, della filosofia e della spiritualità, ponendo come fine ultimo la sopravvivenza ad eventuali aggressioni.Questo movimento sorto dalla realtà attuale ha sempre più proseliti trasferiti dalle altre arti marziali classiche, giacchè l’ obiettivo di quest’ultime è andato, nel corso degli anni, via a via modificandosi spostandosi sempre più verso lo sport o verso la filosofia.

La scelta di un percorso è strettamente soggettivo, ogni praticante può decidere legittimamente quali strade imboccare per le proprie esigenze personali, verosimilmente, a mio avviso l’una non preclude l’altra.

M° Ciro Varone