L' appartenenzaLe variabili che determinano l’appartenenza ad un gruppo, ad una religione, ad una scuola, ad una squadra sportiva, ad un’identità nazionale o internazionale sono molteplici: ogni entità organizzata, secondo l’idea di appartenenza ad una scuola di pensiero, ha nel suo progetto intenzionale un obiettivo che possiamo definire secondo il seguente schema: 1-tecnico, 2-commerciale, 3-idealistico. L’uomo sente la necessità di far parte di un gruppo o di una comunità e di sentirsi “parte” in una realtà che si definisce a partire dal proprio io, condividendo percorsi, modi di vivere e pensare attraverso l’accettazione di alcuni “segni tipici”, che comunque poggiano le basi sulla consapevolezza delle proprie radici culturali, storiche e di confronto di esperienze personali e tramite la riflessione circa la propria identità; caratteristica quest’ultima fondamentale per definire la dimensione sociale dell’appartenenza, quanto più sarà forte la nostra riflessione personale tanto più riusciremo a capire la profondità del rapporto di appartenenza collettiva.In questo senso è basilare capire che non tutto quello che viene “proposto” da alcune organizzazioni o gruppi sia sempre “buono”, a tale scopo la propria riflessione e capacità analitica è essenziale per discernere il giusto dal cattivo, il bello dal brutto, il positivo dal negativo.Anche i terroristi appartengono ad una ideologia che si pone come fine il terrore e la distruzione.Nella mia carriera ho avuto modo di seguire con grande attenzione le lezioni del M° Nishiyama il quale veniva invitato annualmente in Italia per accrescere il nostro livello tecnico-culturale di insegnanti di karate.Ciò che mi piaceva di lui era la sua grande capacità di analizzare e scomporre la tecnica del karate per sviscerarne i particolari sia sotto l’aspetto fisiologico che tecnico: quando uscivo dalle sue lezioni avevo spunti e materiale per lavorare, ricercare e approfondire almeno per un anno di allenamento, ma la cosa ancora più bella è che ti sentivi di appartenere e partecipare ad una ideologia universale e unificante, unica nel suo genere.L’idea che mi ero fatto di lui era quella di un uomo “determinato” che a capo di una grande organizzazione cercava, nel bene e nel male, a torto o a ragione, di difendere un arte marziale che a suo dire doveva rispecchiare, anche nella gara shiai, il concetto del “to-do-me” e tutta la pratica era rivolta a quegli aspetti propri dell’arte marziale, in questo modo dovette anche ribaltare, nella sua organizzazione, il concetto di assegnazione dei “punti” nel kumite.Personalmente lo ritenevo ancora uno dei pochi Maestri onesti e sinceri che “lottavano” per ciò che credevano, lo stesso Carlo Henke, lo ha definito “un uomo onesto che credeva in ciò che faceva”, io voglio ricordalo associandolo ad un’immagine mentale che quella del ciliegio di montagna(yamazakura), un fiore bellissimo che riflette la luce del sole, sperando che altri possano “coglierla”.