La Grandezza di un MaestroLa grandezza di un Maestro si misura dalla sua capacità di mettersi in discussione.
Nelle Arti Marziali, volendo approfondire certi aspetti della personalità e della condotta del proprio insegnante, spesso si viene accusati di insolenza verso quanti, istruttori o maestri, ritengono che il loro operato non possa essere giudicato.
Lo stereotipo del maestro di Arti Marziali che si crede un’entità separata dal mondo reale, dove tutto ciò che egli fa è inoppugnabile, perfetto e totalitaristico, questa è una deformazione sempre più attuale che molto spesso, forse troppo, aleggia in molti dojo che con la giustificazione di offrire una pratica esoterica impediscono di indagare su queste idee affermando che sono solo illazioni che è solo un semplice filosofare, un modo per denigrare gli altri.
Quando il praticante o, ancora meglio, il maestro stesso è disponibile ad aprirsi a tale esercizio il campione di misura delle proprie qualità di vita e professionalità, attraverso il tirocinio marziale, si dilata fino a concepire e inventare nuovi orizzonti, ulteriori livelli che andranno ad accrescere ed arricchire le capacità stesse del indagato.
In breve, con questo scritto non intendo “giudicare e criticare” chicchessia, bensì vorrei stimolare, ed essere stimolato, anche dal lettore ad indagare e ad andare oltre il semplice giudizio personale, fino ad arrivare dove la maturazione e la formazione per esercitare la professione dell’insegnante prima, e del divenire Maestro poi, non sia un’attività indolore, aliena alla serietà della vita, ma anzi compartecipi alla continua autoformazione che dura per tutta la durata della nostra esistenza.
Ciò che molti non si rendono conto è che il “Maestro” è un uomo come tutti gli altri, la sua posizione non è quella di un privilegiato, anzi, come uomo comune egli sarà e dovrà essere messo alla prova dalla sua stessa esistenza che, sarà costretto ad affrontare con fermezza, fierezza e spontanea scelta prendendo in mano la sua vita e allo stesso tempo guidando quella dei proprio allievo (shi-han).
L’errore di quanti entrano troppo nel ruolo del “GURU” che tutto controlla e tutto conosce è, spesso, quello di autocondannarsi a sbagliare, essere finti e menzogneri verso se stessi e gli altri, in questo senso il Maestro diventa il “clown” suo malgrado che si crede libero ma, invece, ingabbiato in un ruolo che non gli appartiene che, anzi, lo costringe a prendersi gioco di se stesso e degli altri: un parolaio che si crede al di sopra degli altri ma che è disarmato ed inerme nei confronti dell’arte. Essendo convinto di esserne Maestro, ritiene che non ci sia più la necessità di crescere, studiare, sperimentare e comprendere l’arte nella sua totalità.
Sono proprio queste ultime considerazione che, a mio parere, dobbiamo combattere, tutti noi ci dobbiamo impegnare a lottare contro questa patologia diffusa, bisogna svellere, estirpare il cancro della finzione perché esso mina la nostra crescita, e inaridisce l’arte, accettando la critica, il confronto e il giudizio degli altri noi cresciamo e ci scolliamo di dosso le pezze della nostra miserabile lusinga di essere meglio degli altri e di ritenerci “maestri supremi” unici possessori del verbo.
Queste critiche si concretizzano attraverso il passaggio da allievo a maestro (shin-de-shin): troppo spesso chi si reputa maestro si isola dal gruppo (allievi e altri maestri) arroccandosi su posizioni e ruoli che alimentano solo fantasmi che a lungo andare giocano brutti scherzi portandoci alla nostra resa o alla sconfitta. Questo è uno dei motivi per cui molti pseudo maestri hanno smesso, smettono e smetteranno di praticare il karate.
Il Maestro è l’ispiratore dell’ allievo, egli mostra ad esso il proprio mondo fatto di coraggio, lealtà e dedizione però, in seguito, la mancanza di esempio crea falsi miti e con il tempo assopisce la passione: i falsi modelli si depositano nella mancanza di coerenza del maestro che mostra la sua incapacità di evolversi , di ricercare e di comprendere la propria presunta sovranità interiore.
L’orientamento spontaneo della pratica marziale guidata dall’esempio fa venire fuori i modelli e gli obiettivi, rendendo la pratica stessa creatrice e al tempo stesso ispiratrice di quella linfa vitale fondamentale per la perpetuazione, la continuità e l’estensione dell’arte.
L’allievo segue ingenuamente il proprio esempio(maestro). Per tutto il tempo egli proietta in lui la sua aspirazione interiore, in altri termini l’adepto ha sempre degli “dei” ai quali aspirare e nei quali confidare, egli ritiene questi in grado di salvarlo dalla sua fallacità. Il Maestro è per lui un modello (kata) da ritualizzare attraverso la gestualità perfetta della tecnica marziale, tuttavia, ben presto si renderà conto che questa unione ipostatica con il proprio Maestro si interrompe in quanto il Maestro si è fermato nella sua crescita lasciando senza guida il proprio allievo. L”adepto invece sogna di divenire un giorno un Maestro che non sarà più asservito alla tecnica, egli crede che disporrà dell’ efficacia e della creazione libera e autentica, egli aspira all’ arte pura.
Tutto ciò, se ci pensiamo bene, è cinico e bizzarro, la simbiosi è stata interrotta da colui che si è impegnato per rendere partecipe altri che poi tradisce per la sua stessa incoerenza e mancanza di pathos. Il bisogno di certi uomini di “dire cosa fare” ad altri uomini senza accettarne la reciprocità e l’interscambio sentimentale di tale messaggio, delinea e impone all’arte dei confini molti circoscritti e sottili creando “superuomini” menzogneri e fallaci che tradiscono i propri allievi e l’arte che dovrebbero rappresentare, concludo con un aforisma di Galileo Galilei che recita: “Non puoi insegnare niente a un uomo. Puoi solo aiutarlo a scoprire ciò che ha dentro di sé”.