Fra il giusto rapporto  delle due dimensioni “corpo e mente” scaturisce lo strato più alto del  combattimento marziale, questa relazione  risiede,  per l’adepto, nella capacità di acquisire  i livelli più alti di percezione sviluppata sull’effettiva esigenza di unire mente e corpo per la sopravvivenza.
Quando ci alleniamo per acquisire le qualità necessarie per sapere combattere è fondamentale addestrarsi ad una distanza dove effettivamente i colpi possono essere pericolosi: se nel kumite  ci disponiamo “fuori distanza” il nostro stato interiore percettivo “yomi” non potrà essere  allenato alla  sensibilizzazione del “cogliere l’attimo”.
Il pericolo sviluppa e riaccende  nell’uomo l’istinto di sopravvivenza molto utile nei casi di estrema emergenza, ciò è indispensabile per assicurarsi  l’efficacia della tecnica marziale: questo stato interiore è lo stesso stato che qualsiasi guerriero, in qualunque epoca, hanno sempre inseguito e con il quale hanno sempre dovuto confrontarsi.
Il combattimento marziale impone la conoscenza e l’uso del koshi (bacino) per sviluppare un forte hara (ki, spirito, decisione) e di Kokoro (cuore, centro della personalità umana): la nozione di Koshi-no-ido non è solo un fattore puramente tecnico/fisico, esso è un complesso d’insieme che accumuna più  parti del corpo il fisico e la mente,  che devono necessariamente entrare in gioco, unirsi, lavorare concordemente per rendere fondere l’azione tecnica  con l’azione mentale (shin-ki-tai).
Se ci siamo addestrati nel modo corretto sapremo  anche che il  combattimento muta su due fronti, quando la nostra mente si ferma a pensare, si fissa su qualcosa  e/o quando l’avversario muta il suo pensiero, in realtà, con il mutare  di questi due principi,  immediatamente, l’avversario si prepara all’attacco o alla ritirata, in tal caso, “percepire”  onaka (il ventre fisico, corporale) diventa haragei (ventre spirituale), il centro dell’arte dell’uomo, tale è anche il vero concetto di combattere con il ki, questo era  anche ciò che il Maestro Zen Takuan considerava: “svuotare se stessi”.
Per poter percepire realmente queste differenze occorre che siamo in grado di “dimenticare” le regole prefissate nei normali esercizi della pratica, raggiungendo il livello più alto del karatedo  saremo in condizione di percepire il ma (spazio fisico e vuoto tra noi e l’avversario), in tal modo  non avremo  più bisogno di “vedere con l’occhio fisico”,  pertanto, quando l’avversario lancerà l’attacco,  la nostra difesa sarà anticonvenzionale  e sicuramente efficace.
Il concetto di nori significa entrare nel ritmo del combattimento velocizzandone e/o rallentandone  il “ma”  questo principio esprime l’entrare e l’ uscire dal ritmo e dal tempo dell’avversario:  così facendo  creeremo nell’avversario le condizioni di kyo (fenditura), in tal modo la nostra azione non verrà avvertita  e sarà veloce, efficace e senza divisione, andando al di là del fisico e del calcolabile.
Su queste conoscenze si genera un “metodo”, la pratica che io chiamo visibile e invisibile (omote e ura): un percorso  che si genera solo nel momento in cui ci  liberiamo del nostro corpo fisico e accettiamo il nostro stato mentale di agitazione, in quel preciso istante  accettiamo la morte, uccidendoci  e facendoci uccidere tutte le volte che ci poniamo innanzi all’avversario, solo in quel particolare stato  appare il nostro vero  “essere”, il non corpo fisico.

Ciro Varone