Il più tirannico dei maestriLa pratica Marziale non è solo, come molti di noi possono pensare, un  percorso indirizzato al combattimento; la “via”  è anche riflessione, coraggio, perseveranza, passione e, forse più di tutto,  la via rappresenta una scelta cosciente verso l’avventura  del mondo interiore.
La pratica solitaria è la più spietata delle pratiche, quando non abbiamo il maestro fisico che ci “frusta” con i comandi ritmati e uniformati ad un gruppo omogeneo e/o eterogeneo, la pratica solitaria diventa spietata  e autocratica: quando siamo soli non abbiamo “scuse”, non ci sono dan, qualifiche e incarichi, non possiamo chiedere a nessun altro se non a noi stessi, come si esegue una tecnica, siamo vittime e carnefici, allievi e maestri della nostra stessa immagine idealizzata, che è molto più esigente di qualsiasi maestro che si pone innanzi a noi, per questo motivo molti sfuggono all’allenamento con se stessi.
Non importa se pratichiamo uno stile piuttosto che un altro, non è così indispensabile che il nostro stile sia più sviluppato nel mondo rispetto ad un’altra scuola, non importa se quando pratichiamo nel dojo siamo in uno, dieci, cento, la nostra pratica sarà sempre solitaria e personale, in quel luogo, in quel preciso momento  ogni uomo impara ad  esigere il meglio da se stesso.
Poiché  l’Arte è  un percorso riservato, esclusivo e personale, ad ogni gesto, ad ogni riflessione, ad ogni  bilanciamento corrisponde uno sbilanciamento, da qualsiasi lato tiriamo e/o spingiamo noi lavoriamo per stabilizzare il nostro essere interiore.
Tutto è utile per la crescita personale, anche il caos. Il disordine mentale che scaturisce dalla pratica solitaria, forse  è l’aspetto più importante e vitale di tutto il resto:  si può asserire che  nel momento in cui, prendendo in prestito una definizione della termodinamica, un sistema passa da uno stato ordinato a uno stato disordinato la sua entropia aumenta generando il nucleo di energia, questa energia,  per l’adepto marziale,  rappresenta la sua stessa personalità: una proprietà unica dello spirito e non tanto dell’eccellenza tecnica.
L’arte diventa  inscindibile dall’uomo solo quando la stessa non è più un atto di volontà, non esiste più il pensiero dell’allenamento, dei giorni, dell’orario, del circolo, della palestra, del dojo e del gruppo, essa è sopra, sotto, prima e dopo ogni tuo pensiero e azione, paradossalmente essa ci insegna a vivere e a morire, a resistere e a cedere, a combattere e ad essere in pace.
Se ci alleniamo con il giusto atteggiamento la nostra Arte cresce con noi e noi cresciamo con essa, l’arte è per l’uomo il riscatto contro la sua stessa paura di mortalità, attraverso l’arte l’uomo tenta di sfuggire al suo ineluttabile mortale destino.