KihonIl termine kihon è formato da due ideogrammi: Ki (fondamenta, terreno)e Hon (base, radice). Nelle arti marziali l’idea del kihon viene rappresentata come un albero le cui radici sono profondamente radicate al suolo e mano a mano che l’albero cresce le radici scendono sempre più in profondità, per attingere nutrimento dalla madre terra e dare stabilità e linfa all’albero stesso.

L’acquisizione delle tecniche di base non è l’unico scopo della pratica del kihon, bensì la ricerca è protesa a sviluppare l’intero corpo, in base alla propria struttura fisica, equilibrando l’uso del corpo in modo più naturale e conveniente possibili: nel budo postura, respirazione, tensione e rilassamento muscolare vengono prima di ogni prestazione tecnico-fisica, ragione per cui il processo di apprendimento di un”gesto marziale” è decisamente più complesso e lungo da comprendere del semplice gesto sportivo.

La pratica del kihon deve essere un esercizio senza artifizio, non possiamo e non dobbiamo ingannarci: un gesto e forte, contundente, laddove è armonizzato con tutto il resto dell’essere, in un azione “cristallina”; solo se il praticante troverà una migliorata energia da unire anche al kata e al kumite si potrà determinare la nozione di ki-hon, radicamento.

I movimenti profondi del corpo non possono essere appresi unicamente attraverso l’imitazione della tecnica, è richiesto un sviluppo completo di una”coscienza espansa”che ci guiderà verso una conoscenza profonda della nostra struttura scheletrica e muscolare. A differenza dello sport, dove acquisire tecnica serve per incrementare la prestazione e il limite della stessa è dato dal massimo rendimento raggiunto, nel budo il concetto di eki- kin (“cambio”) e (“muscolo”) è completamento opposto giacchè “cambiare il muscolo” è l’unico procedimento per creare il legame tra tecnica, via e corretto atteggiamento mentale (shisei): in questo senso nell’arte marziale si realizza il principio di vantaggio (jitoku), un superiorità che non è solo tecnica ma di “auto-apprendimento”, cioè si impara a conoscere il proprio corpo nel modo più profondo e completo possibile, si apprende la radice del gesto per renderla adeguata all’azione marziale e all’occorrenza ri-generare la pratica stessa, per trasformarla in un’arte vera e non in una condizione di imitazione, plagio.

Il fine di costruire una tecnica corretta è messo in relazione alla realizzazione di un corpo”perfetto”, cioè una percezione dell’azione che “sveglia” tutte le parti del corpo e lo rende energicamente bilanciato ed efficace.

Ciro Varone