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Bujutsu e  Budo

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Sempre più spesso alcuni termini giapponesi vengono usati per definire un metodo, una disciplina marziale: talvolta anche mescolando e facendo confusione su queste due parole che taluni credono siano solo dei sinonimi con lo stesso significato.

Il  Budo (Gendai Budo, Budo moderno) è un sistema moderno che deriva direttamente dal Koryu Bujutsu (arte marziale ortodossa).

La parola Budo è composta da due kanji , Bu e Do. Bu significa “marziale” e Do significa “via” percorso o conoscenza di una determinata disciplina, non necessariamente marziale.

Con il passare del tempo e per l’inevitabile metamorfosi le forme di Koryu  Bujutsu si sono trasformate in Gendai Budo; ad esempio il Karate è derivato dal Kempo o dal Torite, lo Judo è stato estrapolato dal Ju-jutsu, il Kendo dal Kenjutsu, mentre l’Aikijutsu si è trasformato in Aikido.

 

Il Bujutsu è la più arcaica forma di addestramento di origine giapponese che veniva studiata da combattenti professionisti e, talvolta, anche da alcune persone vicine ai nobili giapponesi (Daimyo). Spesso nel Bujutsu, oltre all’addestramento fisico, per dare una base spirituale a tale pratica, venivano anche abbinati gli insegnamenti morali e confuciani, nonché la pratica dello Zen, quest’ultimo molto apprezzato dai Samurai dell’epoca feudale giapponese.

 

A quei tempi il Bujutsu non era una forma di sport o un metodo di socializzazione, non era un gioco che parodiava la guerra, tale metodo era la Difesa Personale più efficace e cruenta che l’uomo giapponese conoscesse.

In un’epoca di duri e mortali combattimenti, il Bushi doveva essere in grado di usare efficacemente qualsiasi tipo di arma, anche un semplice attrezzo che  si trovava  a portata di mano doveva poter essere usato come un’arma letale, per cui nulla era lasciato al caso: in quei luoghi anche l’uso di un banale ventaglio (saihai ), che veniva usato anche nella vita di tutti giorni per svariati motivi e mestieri, poteva significare la vita o la morte.

Il ventaglio poteva essere di corte o anche cerimoniale (chukei), gli stessi potevano essere usati per dividere il riso o altri cereali, tali attrezzi venivano anche impiegati nel teatro, nella danza o nelle cerimonie ufficiali: saperli usare anche come arma era di estrema importanza e, pertanto, molto spesso facevano parte dell’equipaggiamento dei guerrieri.

Durante l’era Tenji  i guerrieri giapponesi  portavano ventagli pieghevoli ad “ali di pipistrello” (hi-ogi) che venivano occultati nelle notevoli ed eleganti maniche del kimono, spesso l’ossatura in legno veniva fatta sostituita da una più robusta ossatura in metallo che serviva a rendere ancora più efficace e letale l’arma.

 

E’ bene sapere che le forme di Budo oggi esistenti furono create tra il diciannovesimo e ventesimo secolo, pertanto questo è uno dei motivi per cui è difficile e fuorviante definirle oggigiorno “tradizionali”.

 

Le attuali forme di Budo nacquero per evitare, finiti i periodi bellicosi del medioevo giapponese, che il Bujustu arcaico si estinguesse e venisse dimenticato.

Per questo motivo la differenza tra Budo e Bujutsu è presto spiegata: il Budo non può essere un metodo di difesa personale o di combattimento, oggi il Budo è un sistema educativo in continua evoluzione che insegna i valori del rispetto e della pace tra gli uomini; il bujutsu, invece, è un sistema di autodifesa che può essere usato in maniera meno letale usando le mani e i piedi per colpire o immobilizzare (osae waza)  o, in versione letale, utilizzando le armi bianche ma anche bastoni, tirapugni o qualsiasi altro attrezzo presente nella vita di tutti i giorni.

Il fine del Bujutsu è quello di rendere l’uomo tanto efficace da scoraggiare qualsiasi tipo di aggressione nei suoi confronti.

A sostegno di quanto scritto sopra, riporto il primo dei sei articoli dello statuto del Budo, adottato dalle più importanti organizzazioni del Budo giapponesi:

 

Art. n° 1

Il Budo, che trae origine dalle tecniche guerriere, attraverso l’allenamento di mente e corpo ha oggi come obiettivo il miglioramento del carattere, l’elevazione delle capacità di discernimento e la formazione di individui qualitativamente migliori.

 

 

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Makiwara

Makiwara  (fasciare con la paglia)

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Nel karate di Okinawa, per accrescere la potenza dei colpi e condizionare le diverse parti del corpo, venivano usati  diversi attrezzi che venivano costruiti ad hoc per i praticanti di karate, tra i diversi attrezzi il più importante era rappresentato dal makiwara.

Il makiwara è un’asse di legno lunga circa 170 cm, rastremata sopra e fissata al pavimento, sulla cui cima viene posto un cuscinetto di paglia o gomma, l’asse viene messa a circa 15/20 cm dal muro, dove la sua struttura viene fissata  per dare modo all’asse di oscillare e non bloccarsi contro la parete che lo sostiene.

Ad Okinawa  le lezioni  di karate venivano alternavano momenti a corpo libero (kihon e kata) ad esercizi a coppie (kumite e bunkai) e, naturalmente, si praticavano da soli o a coppie gli esercizi con l’uso degli attrezzi tradizionali (Kigu hojo undo), tali esercizi si svolgevano con l’aiuto degli attrezzi tradizionali, in giapponese:  kongo, chishi, sashi e ken .Il karateka doveva  comprendere appieno come questi attrezzi  con forme, peso e materiale diverso dovevano essere utilizzati;  il motivo di tali conoscenza  era  legato al principio per il quale nel karate ortodosso nulla era superfluo, ogni principio di conoscenza tecnica era sempre diretto alla comprensione sul “come fare” per ottenere il miglior risultato con il minor sforzo: una serie di informazioni e di conoscenze utili anche a preservare nel tempo la salute e l’integrità muscolo/scheletrica del praticante.

Nel karate arcaico il makiwara era sicuramente l’attrezzo più usato in tutti i dojo di Okinawa, tuttavia tale attrezzo è stato anche molto bistratto dai moderni karateka , i quali hanno attribuito ingiustamente  allo stesso molte colpe, difetti che sono frutto dell’uso sconsiderato che alcuni incauti maestri ne hanno fatto.

Molte sono le leggende metropolitane sulla cattiva reputazione che il makiwara  si è guadagnato nel tempo,  molti affermano che danneggerebbe la schiena, i gomiti e le spalle, niente di più errato!

Il makiwara, come del resto  il sacco o l’uomo di legno, molto usato dai praticanti  delle discipline marziali cinesi, può essere un ottimo alleato per una particolareggiata preparazione, oppure può diventare nefasto per la salute di chi lo pratica in modo errato.

Quindi, non è il makiwara ad essere inadatto alla pratica del karate, ma è l’uso sbagliato di tale attrezzo che provoca  traumi al corpo di chi lo utilizza.

Spiegare in uno scritto come andrebbe utilizzato il makiwara non è cosa semplice, tuttavia, alcune informazioni generali  spiegabili anche teoricamente  possono contribuire a farne un uso più idoneo e salutare, ad esempio quando ci poniamo di fronte al makiwara non è il corpo che deve allinearsi ad esso  ma l’arto con il quale eseguiamo il pugno, lo tsuki , non deve chiudersi  completamente (scatto del gomito) e nel momento del contatto con l’asse, mentre siamo in fase di chiusura completa dell’anca, dobbiamo cercare di non spingere il seiken contro l’asse usando la spalla, bensì dobbiamo spostare  il baricentro sul ginocchio anteriore, evitando di assumere una postura  con la schiena  forzata sia in flessione che in estensione.

medAGLIA

Risultati Agonistici 2015/2016

 

Sara Varone:

  • International Cup KWF -Mosca- 1° posto kata senior individuale, 1° posto kata team senior femminile
  • Campionati italiani CKI 2015: Oro kata senior femminile Ind. – Oro Kata team senior femminile
  • World Championships KWF Giappone (Hokkaido): 2° posto kata senior femminile
  • World Cup Koper: oro kata team senior femminile
  • Campionati italiani CKI 2016: oro  kata team senior femminile- 2° posto kata senior femminile

Ciro Varone:

  • World Championships KWF Giappone (Hokkaido): 1° classificato Kata Master ind. 3° classificato kumite
  • World Championships WUKF Dublino: 4° classificato kata ind. Senior, 3° classificato kata team maschilemedAGLIA

 

funakoshi

Karatedo: old MMA

funakoshiAnche studiando con molta attenzione la vita del maestro G. Funakoshi  oggi è difficile farsi un’idea precisa  su ciò che oltre al suo karatedo il Sensei studiava e praticava.

Le sue frequentazioni con altri maestri di karatedo, l’amicizia con J. Kano(fondatore del Judo), il rapporto di discepolato con H. Otsuka (già esperto di Yoshin Ryu JuJitsu), gli intercambi con l’allievo K.Nabuni (fondatore dello Shito-ryu),il quale  oltre al karatedo praticava anche il kobu-jutsu e  saltuariamente l’Aikido, queste frequentazioni e la grande apertura mentale di G.  Funakoshi portarono abbondanti cambiamenti e ampi benefici al tutto il To-de (diventato in seguito karate), rendendolo un vero sistema di combattimento completo ed efficace.

Con  la morte dei maestri:  Itosu,  Azato e Higaonna, diversi maestri di Okinawa tra cui  Otsuka, Nabuni, Shiken Taira, Miyagi, Toyama e altri ancora, cominciarono ad allenarsi  assieme, in tal modo nacque  un interscambio mai accaduto prima, tale collaborazione  risultò molto utile allo sviluppo  e alla completezza  del To-de:  si consideri che buona parte delle competenze di questi grandi maestri  venne  incorporata  e condensata nei diversi kata che oggi i praticanti di tutto il mondo nei differenti stili praticano.

Con lo scorrere degli anni e dopo diverse  esperienze d’insegnamento del karate  all’interno degli ambienti del Judo, del Kendo e del Ju-jutsu, nacquero alcune incomprensioni tra G. Funakoshi e il fondatore del Judo: tali distacchi sorsero dopo che lo stesso introdusse alcune tecniche di karate nel programma di judo inviati al Ministero dell’Educazione giapponese senza chiederne il permesso allo stesso Funakoshi,  e dalla  continua spinta sportiva che la  Nihon Karate Kyokai  (oggi japan Karatedo Association) esercitava  insistentemente sugli iscritti.

La pressione di tale organizzazione veniva esercitata per fare in modo di escludere dai programmi le tecniche pericolose  di lotta corpo a corpo, tecniche di difesa personale  che erano  distintive  del karatedo di quel periodo ma ritenute pericolose e sfavorevoli  al riconoscimento del karatedo come sport agonistico di massa.

In tal modo i maestri di karatedo incominciarono con sistematicità e ingenuità  a tralasciare  ciò che invece, oggi,  le moderne MMA hanno riscoperto e portato alla ribalta nei moderni tornei,  dove avversari di diverse discipline si confrontano in combattimenti ” senza regole” .

Per dare un’idea del grande bagaglio tecnico del karatedo “antico” si consideri che oltre alle tecniche del corpo a corpo, lussazioni, strangolamenti, combattimento al suolo, calci, pugni, colpi di gomito, testate e ginocchiate, il karatedo di quel periodo contemplava per molti esperti anche l’uso delle armi bianche e degli attrezzi agricoli usati come armi meno che letali e, talvolta, anche in versione letale.

A tal fine, da molto tempo mi sono persuaso che, se c’è ancora molto da scoprire sul karatedo, questi segreti sono in bella vista e  sono sicuramente nella pratica dei kata:  “contenitori storici”  di un karatedo “senza stile” come sostenevano i maestri  G. Funakoshi, Toyama, e come modestamente pure io sostengo: “Il karate è uno solo”.

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Okugi: posizione e riflessologia

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Per ottenere velocità, forza e agilità l’uomo utilizza l’appoggio dei piedi al suolo. Da tale esercizio egli ne ricava energia cinetica che sfrutta per camminare, correre, saltare e spostarsi.
Per la cultura marziale orientale i piedi rappresentano il contattato con l’elemento terra e, pertanto, vengono considerati “le radici del flusso vitale” ; qualsiasi tecnica marziale nasce dalle “radici” e si trasferisce al resto del corpo.
Il piede è composto ad archi con tre punti d’appoggio, chiamati anche pilastri, tali punti d’appoggio fungono da sostegni anche per tutto il sistema scheletrico umano: il corretto appoggio dei piedi ci permette di attivare una serie di funzioni essenziali al buon funzionamento del corpo.
L’allineamento posturale, oltre che a rendere il corpo elastico e mobile, permette al bacino di azionare la respirazione diaframmatica, il sistema sensoriale aziona e corregge gli schemi posturali e percettivi fondamentali per l’equilibrio di tutto il corpo, utili a mantenere un buon equilibrio psicofisico.
Nel paradigma olistico, secondo il modello oleografico, è’ oramai dimostrato che i piedi, insieme alle mani, costituiscono uno dei punti più importante di raggruppamento di altre zone riflesse dell’intero corpo umano, dove ogni area corrisponde a organi vitali del corpo umano.
Di conseguenza, nella pratica corretta delle Arti Marziali è importantissimo essere in grado di esercitare una pressione corretta dei piedi verso il suolo che, con la corretta postura del tanden danno origine a movimenti esatti, a posizioni stabili e reattive, accordando l’uso della respirazione diaframmatica.
In questo ultimo periodo la mia ricerca pratica (PERCORSO OKUGI©) si è spinta con molto entusiasmo in tale direzione, cercando di approfondire ai fini energetici e di efficacia marziale lo studio dell’appoggio dei piedi (tre archi del piede), l’utilizzo dei cinque archi dell’intero corpo(delle due gambe,delle due braccia, che abbinati alla posizione corretta del baricentro e della spina dorsale rendono le posizioni del karate “rotonde”, facendo scaturire non un movimento a scatto(traslatorio) ma rotondo e ininterrotto(rotatorio), dove il centro di gravità (tanden) e la distanza radiale continua permettono di mantenere sempre parallelo al pavimento il punto di aderenza.

Shoto Ninju Kun

Dove sono finite le proiezioni del karateTutte le Arti Marziali, più o meno, hanno una loro storia, un percorso tracciato da Maestri forieri che con le loro esperienze, con la loro illuminazione  e lungimiranza hanno lasciato ai posteri un tesoro di immenso valore: un regalo che noi moderni cultori e praticanti non  dobbiamo conservare dentro uno scantinato polveroso pensando così di rispettarne la memoria, bensì, questo tesoro va fatto fruttare, arricchito e messo a disposizione di tutti senza mai dimenticare le proprie radici.

Gichin Funakoshi Sensei  è unanimemente riconosciuto come il Padre putativo  del “karate moderno”, anche se tale definizione non è del tutto corretta: quando usiamo la descrizione di ” moderno” intendiamo dire che Sensei  Funakoshi seppe presentare al mondo un “tesoro nazionale” tipicamente Okinawense, liberalizzandolo, facendolo accettare in primis all’interno delle istituzioni di Okinawa, poi in Giappone e di seguito nel mondo intero in modo moderno e adatto al clima che correva in tale periodo in Giappone.

Il Maestro Funakoshi , come si evince dai suoi libri, era un uomo di sani principi morali, gentile ma al tempo stesso risoluto, un uomo di grande cultura con un carisma particolare che attirava e coinvolgeva tutti quelli che lo frequentavano, anche Maestri di altre discipline come  l’autorevole Maestro Jigoro Kano, fondatore del Judo, ne furono affascinati.

Il maestro Funakoshi  era un uomo di poche spiegazioni, egli soleva dire ai propri allievi: ” ciò che si impara con il corpo non si dimentica mai”,  la sua cultura sui classici cinesi e la sua grande passione per il Karate lo portarono  a scrivere libri, a dare dimostrazione di karate innanzi alle cariche istituzionali più importanti del Giappone, a presentare negli ambienti più prestigiosi il Karate sotto una nuova veste, facendolo uscire dall’oblio della pratica nascosta e  segreta.

Gichin Funakoshi , per fare in modo che il Karate si evolvesse, non solo tecnicamente ma soprattutto culturalmente, elencò dei punti guida  fondamentali ai quali ogni serio adepto doveva  conformarsi  per potersi ritenere un serio e preparato adepto del budo giapponese.

Il Maestro scrisse  lo Shoto ninjuku (i venti punti salienti del budo karate), un vero testamento della sua personale  visione del karatedo adottato poi da tantissime altre scuole di karatedo ma, ancor’oggi, troppo spesso  disatteso e vituperato.  Basterebbe seguirlo per ottenere grandi benefici fisici e mentali.

1)- il karate comincia e finisce con il saluto

2)- nel karate non si attacca  mai per primi

3)- il karate va praticato con rettitudine  senso della giustizia

4)- prima di conoscere il tuo nemico,conosci te stesso

5)- l’intuizione è più importante della tecnica

6)- non lasciare vagabondare il tuo spirito

7)- il fallimento nasce dalla pigrizia e negligenza

8)- il karate non si pratica solo nel dojo

9)- il karate è una ricerca che si prolunga per tutta la vita

10)- affronta i problemi di tutti i giorni con la stesso spirito con cui pratichi il karate

11)- il karate è come l’acqua che bolle; se non si tiene la fiamma alta diventa tiepida

12)- non alimentare l’idea di vincere né quella di perdere

13)- adatta il tuo atteggiamento a quello dell’avversario

14)- il segreto del combattimento risiede nella capacità di saperlo dirigere

15)- considera le tue mani ed i tuoi piedi come spade affilate

16)- quando oltrepassi  la porta di casa pensa di trovarti davanti a diecimila nemici

17)- come principiante impara tutte le varie posizioni, ma poi assumi quella più naturale

18)- il kata deve essere praticato correttamente; il combattimento si adatterà alle circostanze

19)- non dimenticare mai i tre fattori importanti della tua preparazione: la tua forza, le tue debolezze e il grado tecnico raggiunto

20)- perfeziona in continuazione la tua mente, approfondendo il tuo pensiero

Il condensato di questi punti altro non fa che rimarcare l’importanza di una pratica completa: fisica, mentale e spirituale.

Il Maestro era consapevole che tramandare il karatedo a tutti, indistintamente e in tutte le parti del mondo, nelle diverse culture, poteva portare a depauperare l’Arte e, di certo, a creare dei problemi alla collettività. Ciò era ben lontano dell’idea dello stesso Funakoshi che, invece, considerava il vero obiettivo del karatedo raggiunto solo quando la stessa Arte fosse messa a disposizione della collettività per renderla più giusta e migliore.

 

 

+gian e ciro sorriso

Karatedo e-voluto

+gian e ciro sorrisoIl mio attuale impegno nel karatedo procede sulla scia della ricerca  per trovare il punto di scarto, o di distacco, avvenuto nel  karatedo originale alcuni anni or sono: quando parlo di “forma originale” non intendo assolutamente la pratica del  karatedo come lo praticavano  duecento anni fa ad Okinawa, bensì, intendo riferirmi  “all’efficacia originale” per cui nacque  il  karatedo, la difesa personale!

In realtà, lo sanno bene quelli che mi seguono, quanto apprendo giorno per giorno rischia di far crollare tutto ciò che talvolta si ritiene assodato o acquisito, in tal caso, dunque, non mi pongo alcun problema a rivedere e ricostruire i modelli base per un karatedo che rimane perfettamente incanalato nel solco della tradizione, ma che si riedifica su un nuovo sistema di pratica concreta che, tuttavia, spiazza il vecchio sistema e la comodità che ne deriva dal mantenerlo in piedi, anche quando sappiamo benissimo aver perso la propria utilità.

Non possiamo far passare sotto silenzio il fatto che il “karatedo”, in taluni casi, ha perso molto del suo appeal verso  quella fascia di giovani che cercano nella pratica un metodo efficace di combattere contro altri combattenti allenati a tal scopo e, contemporaneamente, un sistema utile di difesa personale efficace e rapido d’apprendere.

Per me, che per formazione, provengo dalla Boxe (disciplina la quale ha fatto dell’efficacia il  suo punto di forza)  e  per lavoro mi occupo di addestrare Operatori delle Forze di Polizia, Il karatedo “originale” è molto, molto di più di tutto questo; oramai lo avrete compreso: non pratico il karatedo per l’estetica e per mantenermi in forma, farei molto meno fatica e dimagrirei facendomi una corsetta tutte le mattine, pratico perché il karatedo mi fornisce un punto d’appoggio e d’incontro tra quegli aspetti fisici, mentali, filosofici e di sicurezza personale che ne la boxe, ne il krav maga e tantomeno la difesa con armi, presi singolarmente, potrebbero mai  darmi; uso il karatedo come un “operatore pratico/teorico” allo scopo di agitare il pensiero, per  riprendermi ciò ch’è andato perso nel corso degli anni, per ripresentare  alle nuove generazioni il Karatedo che oggi, per ovvi motivi inflativi, ho dovuto chiamare  “PERCORSO OKUGI”.

 Vi aspettiamo per mostrarvi OKUGI  a :

Brescia

Mantova

Ivrea

Napoli

Milano

Cagliari

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La Tigre dello Shotokan

tigreSe il karatedo si è diffuso e arrivato  fino a noi, sicuramente, il  merito  è da attribuire anche  all’artista  Hoan Kosugi, allievo di Gichin Funakoshi  e eccelso  pittore  giapponese.
Erano i primi del novecento, il Maestro Funakoshi cercava, attraverso convegni, dimostrazioni e alcuni articoli di giornale, di fare  uscire il karatedo dalla sua clandestinità, facendolo conoscere a quanta più gente possibile.
Sensei Funakoshi in tale occasione incontra l’artista Hoan Kosugi  con il quale intrattiene, oltre ad un rapporto di discepolato maestro/allievo, un ottimo interscambio culturale che lo introduce in circoli accademici culturali di alto livello sociale che lo aiuteranno a diffondere il karatedo nelle sfere più alte dell’aristocrazia giapponese.
L’artista Kosugi che comprese il grande valore del karatedo e sopratutto la bontà del messaggio di Funakoshi si rese conto che nonostante Sensei  Funakoshi si prodigasse per divulgare quanto più fosse possibile il karatedo, i suoi sforzi erano ben lontani dal riuscire a promuovere su ampia scala l’Arte della Mano Vuota.
Pertanto,  Funakoshi, su continua insistenza dell’amico e allievo Kosugi, entrambi appoggiati dal circolo artistico “Club Tabata”,  si convinse  a pubblicare il suo libro dal titolo ” Ren-Tan-Go-shin-Karate-Jutsu.
In quel periodo pionieristico  il testo fondamentale del Maestro Funakoshi rappresentava il primo  documento ufficiale dell’Arte del Karatedo “( in giapponese Tora No Maki) rivisto e organizzato secondo l’idea di “Arte per tutti.
Si racconta che il Maestro Funakoshi quando voleva meditare e stare solo, amava passeggiare sul monte Torao (coda di Tigre) e in tali occasioni, ammirando  la rigogliosa natura del monte, il Maestro era solito scrivere le sue poesie firmandole  con lo pseudonimo di Shoto (fruscio dei pini).
Poiché Tora in giapponese si traduce anche con Tigre, per l’occasione l’artista e allievo Kosugi dipinse  un simbolo artistico di grande  impatto, la Tigre, simbolo di potenza, velocità e arguzia, simbolo che Funakoshi sensei utilizzò per la copertina del suo libro: Kosugi con un solo colpo di pennello  dipinse il cerchio dell’illuminazione Zen (Enso) dove al suo interno è raffigurata la Tigre, sopra la coda della tigre  i kanji del suo nome.

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Storia del Karate

storia-karateLa storia delle arti marziali giapponesi è legata alle vicende del Giappone, anche se come vedremo le loro origini si possono far risalire al III secolo a.c.
L’epoca sicuramente può essere identificata nel periodo feudale della storia del Giappone che abbraccia approssimativamente nove secoli (dalle fine del IX al XVIII).
All’inizio di tale periodo in parte abbastanza simile a quello di altri paesi,il Giappone si mantenne isolato dai contatti con le nazioni vicine (Cina, Corea e la colonia cinese di Okinawa)accontentandosi di assimilarne e trasformarne con estrema lentezza alcune manifestazioni artistiche e rare innovazioni tecniche e sociali.
L’apertura(poco desiderata) delle frontiere agli Occidentali e la brusca introduzione di svariate novità determinarono un rigetto del “nuovo” e la cacciata degli stranieri (avvenuta intorno al 1640, ad eccezione di una piccola compagnia olandese) ed il conseguente protrarsi dell’isolamento volontario, e con esso “dell’epoca medioevale”, di quasi altri trecento anni, sino a quando (intorno alla metà del XIX secolo) il Giappone, sotto la minaccia dei cannoni del Commodoro Perry,fu costretto ad aprire i porti all’espansione coloniale inglese.
Proprio questo periodo (periodo Tokugawa o Edo,1600-1867, durante il quale fu imposta una pace, sia pur relativa, fra i “clan”) è ricordato come il più importante par il perfezionamento delle Arti Marziali giapponesi.
A quanto si possono far risalire le origini delle arti marziali giapponesi?Tracce della loro presenza sono riscontrabili nelle armi (arcaiche) ritrovatenei tumuli e nei dolmen del periodo che va dal 250 a.c. fino al 560d.c. Secondo il Capitano F. Brinkley, sembra che gli “invasori delGiappone nel VI secolo a.c.- trovarono le isole già abitate da uominicosì coraggiosi e combattivi che dalla lotta nacque un rispettoreciproco, tanto da far concedere ai vinti una posizione gerarchicapoco inferiore a quella dei vincitori”.

Rapporto Allievo-Maestro

Rapporto Allievo-Maestro

Rapporto Allievo-MaestroPer motivi geografici e di chiusura culturale verso ciò che “veniva dall’esterno”,il popolo Giapponese, per molti anni, ha mantenuto nella sua radiceculturale un forte tratto distintivo in riguardo ai principi dell’ordine e dell’ubbidienza: un simile dualismo è sempre stato inteso dalpopolo nipponico non come pura proibizione ma come unica forma dicollaborazione per il bene comune e l’interesse generale.

Questecaratteristiche le possiamo ritrovare anche fuori da dojo nei semplicirapporti di lavoro tra “capo e inferiore di grado”: per il giapponese la sua identità è definita dalla posizione che assume nella società.

Taliimpostazioni gerarchiche, per noi Occidentali sono un chiaro ostacoloda accogliere, mentre, per il Giapponese, grazie alla formazionericevuta, diventano molto più facili da accogliere.

Nell’esperienza di apprendimento dell’arte marziale, prima di approdare allaconoscenza induttiva che si sperimenta nel rapporto con il propriomaestro, esiste un sistema “gerarchizzato” che aiuta, guida e rende piùprofondo il rapporto che si instaurerà tra l’allievo e il propriomaestro.

Come in ogni forma di tecnica avanzata, sia fisica chementale, prima di giungere a tale livello, si intraprende un percorsograduale che porta a tale obiettivo, in giapponese anche Shu-Ha-Ri:Shu(onorare), Ha (rompere ) e RI (separare): in questa iniziale formadi mutua dialogicità si trova un impalcatura che si strutturaattraverso i primi rapporti interpersonali tra Kohaiarray(1) e Sempaiarray(2).

Sicché,l’adepto impara “come comportarsi con il maestro ” anche attraversol’educazione e l’esempio che riceve dai compagni di pratica piùanziani, Sempai, da loro apprende le regole formali e comportamentali(Shu).

Dal momento che il Sempai è colui che precede ed esortail Kohai l’ attinenza dei rapporti tra Kohai e Sempai è strettamentecollegata anche alla relazione tra Senarray(3)sei- e il Deshiarray(4): il Sempai e il Kohai sono lo specchio del Sensei.

Iltrasferimento degli insegnamenti marziali non avviene se il maestro nonè in grado di tramandare al discente la capacità di mobilizzare leproprie energie e di conseguenza sbriciolare ogni sua convinzione(HA).

Dunque, in questa seconda fase, la “forma mentis”dell’allievo deve essere in grado di percepire una trasmissione nonpre-confezionata, ma sufficientemente dinamica da indurlo aintraprendere la via della trasformazione spirituale, in questo modoegli sposta i limiti delle sue debolezze fino a dilatarli per dare vitaad una nuova comprensione del “sentire e del divenire universale”.

Ilmaestro nel suo simbolismo paventale insegna a neutralizzare glieffetti immobilizzanti dei problemi che scaturiscono dalla pratica,questa “spinta energetica” è il primo comburente per fare fluire l’energia dell’allievo.

Il pathos del trasferimento (I Shin den shinarray(5)) è un processo di “scardinamento intellettuale” che insegna all’allievo a posizionarsi in un livello di “sospensione mentale” utile a cogliere il momento propizio per avviare il proprio cambiamento spirituale(RI).

Ciro Varone


array(1) Ko= dopo, – hai= compagno “compagno che viene dopo”
array(2) Sen= prima, – hai= compagno “ compagno, collega che viene prima”
array(3) Sen= prima,- sei= nato “nato prima, nelle arti marziali anche Maestro”
array(4) De shi= allievo
array(5) Shin den shin= da me a te, trasmissione da cuore a cuore