funakoshi

Karatedo: old MMA

funakoshiAnche studiando con molta attenzione la vita del maestro G. Funakoshi  oggi è difficile farsi un’idea precisa  su ciò che oltre al suo karatedo il Sensei studiava e praticava.

Le sue frequentazioni con altri maestri di karatedo, l’amicizia con J. Kano(fondatore del Judo), il rapporto di discepolato con H. Otsuka (già esperto di Yoshin Ryu JuJitsu), gli intercambi con l’allievo K.Nabuni (fondatore dello Shito-ryu),il quale  oltre al karatedo praticava anche il kobu-jutsu e  saltuariamente l’Aikido, queste frequentazioni e la grande apertura mentale di G.  Funakoshi portarono abbondanti cambiamenti e ampi benefici al tutto il To-de (diventato in seguito karate), rendendolo un vero sistema di combattimento completo ed efficace.

Con  la morte dei maestri:  Itosu,  Azato e Higaonna, diversi maestri di Okinawa tra cui  Otsuka, Nabuni, Shiken Taira, Miyagi, Toyama e altri ancora, cominciarono ad allenarsi  assieme, in tal modo nacque  un interscambio mai accaduto prima, tale collaborazione  risultò molto utile allo sviluppo  e alla completezza  del To-de:  si consideri che buona parte delle competenze di questi grandi maestri  venne  incorporata  e condensata nei diversi kata che oggi i praticanti di tutto il mondo nei differenti stili praticano.

Con lo scorrere degli anni e dopo diverse  esperienze d’insegnamento del karate  all’interno degli ambienti del Judo, del Kendo e del Ju-jutsu, nacquero alcune incomprensioni tra G. Funakoshi e il fondatore del Judo: tali distacchi sorsero dopo che lo stesso introdusse alcune tecniche di karate nel programma di judo inviati al Ministero dell’Educazione giapponese senza chiederne il permesso allo stesso Funakoshi,  e dalla  continua spinta sportiva che la  Nihon Karate Kyokai  (oggi japan Karatedo Association) esercitava  insistentemente sugli iscritti.

La pressione di tale organizzazione veniva esercitata per fare in modo di escludere dai programmi le tecniche pericolose  di lotta corpo a corpo, tecniche di difesa personale  che erano  distintive  del karatedo di quel periodo ma ritenute pericolose e sfavorevoli  al riconoscimento del karatedo come sport agonistico di massa.

In tal modo i maestri di karatedo incominciarono con sistematicità e ingenuità  a tralasciare  ciò che invece, oggi,  le moderne MMA hanno riscoperto e portato alla ribalta nei moderni tornei,  dove avversari di diverse discipline si confrontano in combattimenti ” senza regole” .

Per dare un’idea del grande bagaglio tecnico del karatedo “antico” si consideri che oltre alle tecniche del corpo a corpo, lussazioni, strangolamenti, combattimento al suolo, calci, pugni, colpi di gomito, testate e ginocchiate, il karatedo di quel periodo contemplava per molti esperti anche l’uso delle armi bianche e degli attrezzi agricoli usati come armi meno che letali e, talvolta, anche in versione letale.

A tal fine, da molto tempo mi sono persuaso che, se c’è ancora molto da scoprire sul karatedo, questi segreti sono in bella vista e  sono sicuramente nella pratica dei kata:  “contenitori storici”  di un karatedo “senza stile” come sostenevano i maestri  G. Funakoshi, Toyama, e come modestamente pure io sostengo: “Il karate è uno solo”.

posizione
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Okugi: posizione e riflessologia

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Per ottenere velocità, forza e agilità l’uomo utilizza l’appoggio dei piedi al suolo. Da tale esercizio egli ne ricava energia cinetica che sfrutta per camminare, correre, saltare e spostarsi.
Per la cultura marziale orientale i piedi rappresentano il contattato con l’elemento terra e, pertanto, vengono considerati “le radici del flusso vitale” ; qualsiasi tecnica marziale nasce dalle “radici” e si trasferisce al resto del corpo.
Il piede è composto ad archi con tre punti d’appoggio, chiamati anche pilastri, tali punti d’appoggio fungono da sostegni anche per tutto il sistema scheletrico umano: il corretto appoggio dei piedi ci permette di attivare una serie di funzioni essenziali al buon funzionamento del corpo.
L’allineamento posturale, oltre che a rendere il corpo elastico e mobile, permette al bacino di azionare la respirazione diaframmatica, il sistema sensoriale aziona e corregge gli schemi posturali e percettivi fondamentali per l’equilibrio di tutto il corpo, utili a mantenere un buon equilibrio psicofisico.
Nel paradigma olistico, secondo il modello oleografico, è’ oramai dimostrato che i piedi, insieme alle mani, costituiscono uno dei punti più importante di raggruppamento di altre zone riflesse dell’intero corpo umano, dove ogni area corrisponde a organi vitali del corpo umano.
Di conseguenza, nella pratica corretta delle Arti Marziali è importantissimo essere in grado di esercitare una pressione corretta dei piedi verso il suolo che, con la corretta postura del tanden danno origine a movimenti esatti, a posizioni stabili e reattive, accordando l’uso della respirazione diaframmatica.
In questo ultimo periodo la mia ricerca pratica (PERCORSO OKUGI©) si è spinta con molto entusiasmo in tale direzione, cercando di approfondire ai fini energetici e di efficacia marziale lo studio dell’appoggio dei piedi (tre archi del piede), l’utilizzo dei cinque archi dell’intero corpo(delle due gambe,delle due braccia, che abbinati alla posizione corretta del baricentro e della spina dorsale rendono le posizioni del karate “rotonde”, facendo scaturire non un movimento a scatto(traslatorio) ma rotondo e ininterrotto(rotatorio), dove il centro di gravità (tanden) e la distanza radiale continua permettono di mantenere sempre parallelo al pavimento il punto di aderenza.

Shoto Ninju Kun

Dove sono finite le proiezioni del karateTutte le Arti Marziali, più o meno, hanno una loro storia, un percorso tracciato da Maestri forieri che con le loro esperienze, con la loro illuminazione  e lungimiranza hanno lasciato ai posteri un tesoro di immenso valore: un regalo che noi moderni cultori e praticanti non  dobbiamo conservare dentro uno scantinato polveroso pensando così di rispettarne la memoria, bensì, questo tesoro va fatto fruttare, arricchito e messo a disposizione di tutti senza mai dimenticare le proprie radici.

Gichin Funakoshi Sensei  è unanimemente riconosciuto come il Padre putativo  del “karate moderno”, anche se tale definizione non è del tutto corretta: quando usiamo la descrizione di ” moderno” intendiamo dire che Sensei  Funakoshi seppe presentare al mondo un “tesoro nazionale” tipicamente Okinawense, liberalizzandolo, facendolo accettare in primis all’interno delle istituzioni di Okinawa, poi in Giappone e di seguito nel mondo intero in modo moderno e adatto al clima che correva in tale periodo in Giappone.

Il Maestro Funakoshi , come si evince dai suoi libri, era un uomo di sani principi morali, gentile ma al tempo stesso risoluto, un uomo di grande cultura con un carisma particolare che attirava e coinvolgeva tutti quelli che lo frequentavano, anche Maestri di altre discipline come  l’autorevole Maestro Jigoro Kano, fondatore del Judo, ne furono affascinati.

Il maestro Funakoshi  era un uomo di poche spiegazioni, egli soleva dire ai propri allievi: ” ciò che si impara con il corpo non si dimentica mai”,  la sua cultura sui classici cinesi e la sua grande passione per il Karate lo portarono  a scrivere libri, a dare dimostrazione di karate innanzi alle cariche istituzionali più importanti del Giappone, a presentare negli ambienti più prestigiosi il Karate sotto una nuova veste, facendolo uscire dall’oblio della pratica nascosta e  segreta.

Gichin Funakoshi , per fare in modo che il Karate si evolvesse, non solo tecnicamente ma soprattutto culturalmente, elencò dei punti guida  fondamentali ai quali ogni serio adepto doveva  conformarsi  per potersi ritenere un serio e preparato adepto del budo giapponese.

Il Maestro scrisse  lo Shoto ninjuku (i venti punti salienti del budo karate), un vero testamento della sua personale  visione del karatedo adottato poi da tantissime altre scuole di karatedo ma, ancor’oggi, troppo spesso  disatteso e vituperato.  Basterebbe seguirlo per ottenere grandi benefici fisici e mentali.

1)- il karate comincia e finisce con il saluto

2)- nel karate non si attacca  mai per primi

3)- il karate va praticato con rettitudine  senso della giustizia

4)- prima di conoscere il tuo nemico,conosci te stesso

5)- l’intuizione è più importante della tecnica

6)- non lasciare vagabondare il tuo spirito

7)- il fallimento nasce dalla pigrizia e negligenza

8)- il karate non si pratica solo nel dojo

9)- il karate è una ricerca che si prolunga per tutta la vita

10)- affronta i problemi di tutti i giorni con la stesso spirito con cui pratichi il karate

11)- il karate è come l’acqua che bolle; se non si tiene la fiamma alta diventa tiepida

12)- non alimentare l’idea di vincere né quella di perdere

13)- adatta il tuo atteggiamento a quello dell’avversario

14)- il segreto del combattimento risiede nella capacità di saperlo dirigere

15)- considera le tue mani ed i tuoi piedi come spade affilate

16)- quando oltrepassi  la porta di casa pensa di trovarti davanti a diecimila nemici

17)- come principiante impara tutte le varie posizioni, ma poi assumi quella più naturale

18)- il kata deve essere praticato correttamente; il combattimento si adatterà alle circostanze

19)- non dimenticare mai i tre fattori importanti della tua preparazione: la tua forza, le tue debolezze e il grado tecnico raggiunto

20)- perfeziona in continuazione la tua mente, approfondendo il tuo pensiero

Il condensato di questi punti altro non fa che rimarcare l’importanza di una pratica completa: fisica, mentale e spirituale.

Il Maestro era consapevole che tramandare il karatedo a tutti, indistintamente e in tutte le parti del mondo, nelle diverse culture, poteva portare a depauperare l’Arte e, di certo, a creare dei problemi alla collettività. Ciò era ben lontano dell’idea dello stesso Funakoshi che, invece, considerava il vero obiettivo del karatedo raggiunto solo quando la stessa Arte fosse messa a disposizione della collettività per renderla più giusta e migliore.

 

 

+gian e ciro sorriso

Karatedo e-voluto

+gian e ciro sorrisoIl mio attuale impegno nel karatedo procede sulla scia della ricerca  per trovare il punto di scarto, o di distacco, avvenuto nel  karatedo originale alcuni anni or sono: quando parlo di “forma originale” non intendo assolutamente la pratica del  karatedo come lo praticavano  duecento anni fa ad Okinawa, bensì, intendo riferirmi  “all’efficacia originale” per cui nacque  il  karatedo, la difesa personale!

In realtà, lo sanno bene quelli che mi seguono, quanto apprendo giorno per giorno rischia di far crollare tutto ciò che talvolta si ritiene assodato o acquisito, in tal caso, dunque, non mi pongo alcun problema a rivedere e ricostruire i modelli base per un karatedo che rimane perfettamente incanalato nel solco della tradizione, ma che si riedifica su un nuovo sistema di pratica concreta che, tuttavia, spiazza il vecchio sistema e la comodità che ne deriva dal mantenerlo in piedi, anche quando sappiamo benissimo aver perso la propria utilità.

Non possiamo far passare sotto silenzio il fatto che il “karatedo”, in taluni casi, ha perso molto del suo appeal verso  quella fascia di giovani che cercano nella pratica un metodo efficace di combattere contro altri combattenti allenati a tal scopo e, contemporaneamente, un sistema utile di difesa personale efficace e rapido d’apprendere.

Per me, che per formazione, provengo dalla Boxe (disciplina la quale ha fatto dell’efficacia il  suo punto di forza)  e  per lavoro mi occupo di addestrare Operatori delle Forze di Polizia, Il karatedo “originale” è molto, molto di più di tutto questo; oramai lo avrete compreso: non pratico il karatedo per l’estetica e per mantenermi in forma, farei molto meno fatica e dimagrirei facendomi una corsetta tutte le mattine, pratico perché il karatedo mi fornisce un punto d’appoggio e d’incontro tra quegli aspetti fisici, mentali, filosofici e di sicurezza personale che ne la boxe, ne il krav maga e tantomeno la difesa con armi, presi singolarmente, potrebbero mai  darmi; uso il karatedo come un “operatore pratico/teorico” allo scopo di agitare il pensiero, per  riprendermi ciò ch’è andato perso nel corso degli anni, per ripresentare  alle nuove generazioni il Karatedo che oggi, per ovvi motivi inflativi, ho dovuto chiamare  “PERCORSO OKUGI”.

 Vi aspettiamo per mostrarvi OKUGI  a :

Brescia

Mantova

Ivrea

Napoli

Milano

Cagliari

tigre

La Tigre dello Shotokan

tigreSe il karatedo si è diffuso e arrivato  fino a noi, sicuramente, il  merito  è da attribuire anche  all’artista  Hoan Kosugi, allievo di Gichin Funakoshi  e eccelso  pittore  giapponese.
Erano i primi del novecento, il Maestro Funakoshi cercava, attraverso convegni, dimostrazioni e alcuni articoli di giornale, di fare  uscire il karatedo dalla sua clandestinità, facendolo conoscere a quanta più gente possibile.
Sensei Funakoshi in tale occasione incontra l’artista Hoan Kosugi  con il quale intrattiene, oltre ad un rapporto di discepolato maestro/allievo, un ottimo interscambio culturale che lo introduce in circoli accademici culturali di alto livello sociale che lo aiuteranno a diffondere il karatedo nelle sfere più alte dell’aristocrazia giapponese.
L’artista Kosugi che comprese il grande valore del karatedo e sopratutto la bontà del messaggio di Funakoshi si rese conto che nonostante Sensei  Funakoshi si prodigasse per divulgare quanto più fosse possibile il karatedo, i suoi sforzi erano ben lontani dal riuscire a promuovere su ampia scala l’Arte della Mano Vuota.
Pertanto,  Funakoshi, su continua insistenza dell’amico e allievo Kosugi, entrambi appoggiati dal circolo artistico “Club Tabata”,  si convinse  a pubblicare il suo libro dal titolo ” Ren-Tan-Go-shin-Karate-Jutsu.
In quel periodo pionieristico  il testo fondamentale del Maestro Funakoshi rappresentava il primo  documento ufficiale dell’Arte del Karatedo “( in giapponese Tora No Maki) rivisto e organizzato secondo l’idea di “Arte per tutti.
Si racconta che il Maestro Funakoshi quando voleva meditare e stare solo, amava passeggiare sul monte Torao (coda di Tigre) e in tali occasioni, ammirando  la rigogliosa natura del monte, il Maestro era solito scrivere le sue poesie firmandole  con lo pseudonimo di Shoto (fruscio dei pini).
Poiché Tora in giapponese si traduce anche con Tigre, per l’occasione l’artista e allievo Kosugi dipinse  un simbolo artistico di grande  impatto, la Tigre, simbolo di potenza, velocità e arguzia, simbolo che Funakoshi sensei utilizzò per la copertina del suo libro: Kosugi con un solo colpo di pennello  dipinse il cerchio dell’illuminazione Zen (Enso) dove al suo interno è raffigurata la Tigre, sopra la coda della tigre  i kanji del suo nome.

storia-karate

Storia del Karate

storia-karateLa storia delle arti marziali giapponesi è legata alle vicende del Giappone, anche se come vedremo le loro origini si possono far risalire al III secolo a.c.
L’epoca sicuramente può essere identificata nel periodo feudale della storia del Giappone che abbraccia approssimativamente nove secoli (dalle fine del IX al XVIII).
All’inizio di tale periodo in parte abbastanza simile a quello di altri paesi,il Giappone si mantenne isolato dai contatti con le nazioni vicine (Cina, Corea e la colonia cinese di Okinawa)accontentandosi di assimilarne e trasformarne con estrema lentezza alcune manifestazioni artistiche e rare innovazioni tecniche e sociali.
L’apertura(poco desiderata) delle frontiere agli Occidentali e la brusca introduzione di svariate novità determinarono un rigetto del “nuovo” e la cacciata degli stranieri (avvenuta intorno al 1640, ad eccezione di una piccola compagnia olandese) ed il conseguente protrarsi dell’isolamento volontario, e con esso “dell’epoca medioevale”, di quasi altri trecento anni, sino a quando (intorno alla metà del XIX secolo) il Giappone, sotto la minaccia dei cannoni del Commodoro Perry,fu costretto ad aprire i porti all’espansione coloniale inglese.
Proprio questo periodo (periodo Tokugawa o Edo,1600-1867, durante il quale fu imposta una pace, sia pur relativa, fra i “clan”) è ricordato come il più importante par il perfezionamento delle Arti Marziali giapponesi.
A quanto si possono far risalire le origini delle arti marziali giapponesi?Tracce della loro presenza sono riscontrabili nelle armi (arcaiche) ritrovatenei tumuli e nei dolmen del periodo che va dal 250 a.c. fino al 560d.c. Secondo il Capitano F. Brinkley, sembra che gli “invasori delGiappone nel VI secolo a.c.- trovarono le isole già abitate da uominicosì coraggiosi e combattivi che dalla lotta nacque un rispettoreciproco, tanto da far concedere ai vinti una posizione gerarchicapoco inferiore a quella dei vincitori”.

Rapporto Allievo-Maestro

Rapporto Allievo-Maestro

Rapporto Allievo-MaestroPer motivi geografici e di chiusura culturale verso ciò che “veniva dall’esterno”,il popolo Giapponese, per molti anni, ha mantenuto nella sua radiceculturale un forte tratto distintivo in riguardo ai principi dell’ordine e dell’ubbidienza: un simile dualismo è sempre stato inteso dalpopolo nipponico non come pura proibizione ma come unica forma dicollaborazione per il bene comune e l’interesse generale.

Questecaratteristiche le possiamo ritrovare anche fuori da dojo nei semplicirapporti di lavoro tra “capo e inferiore di grado”: per il giapponese la sua identità è definita dalla posizione che assume nella società.

Taliimpostazioni gerarchiche, per noi Occidentali sono un chiaro ostacoloda accogliere, mentre, per il Giapponese, grazie alla formazionericevuta, diventano molto più facili da accogliere.

Nell’esperienza di apprendimento dell’arte marziale, prima di approdare allaconoscenza induttiva che si sperimenta nel rapporto con il propriomaestro, esiste un sistema “gerarchizzato” che aiuta, guida e rende piùprofondo il rapporto che si instaurerà tra l’allievo e il propriomaestro.

Come in ogni forma di tecnica avanzata, sia fisica chementale, prima di giungere a tale livello, si intraprende un percorsograduale che porta a tale obiettivo, in giapponese anche Shu-Ha-Ri:Shu(onorare), Ha (rompere ) e RI (separare): in questa iniziale formadi mutua dialogicità si trova un impalcatura che si strutturaattraverso i primi rapporti interpersonali tra Kohaiarray(1) e Sempaiarray(2).

Sicché,l’adepto impara “come comportarsi con il maestro ” anche attraversol’educazione e l’esempio che riceve dai compagni di pratica piùanziani, Sempai, da loro apprende le regole formali e comportamentali(Shu).

Dal momento che il Sempai è colui che precede ed esortail Kohai l’ attinenza dei rapporti tra Kohai e Sempai è strettamentecollegata anche alla relazione tra Senarray(3)sei- e il Deshiarray(4): il Sempai e il Kohai sono lo specchio del Sensei.

Iltrasferimento degli insegnamenti marziali non avviene se il maestro nonè in grado di tramandare al discente la capacità di mobilizzare leproprie energie e di conseguenza sbriciolare ogni sua convinzione(HA).

Dunque, in questa seconda fase, la “forma mentis”dell’allievo deve essere in grado di percepire una trasmissione nonpre-confezionata, ma sufficientemente dinamica da indurlo aintraprendere la via della trasformazione spirituale, in questo modoegli sposta i limiti delle sue debolezze fino a dilatarli per dare vitaad una nuova comprensione del “sentire e del divenire universale”.

Ilmaestro nel suo simbolismo paventale insegna a neutralizzare glieffetti immobilizzanti dei problemi che scaturiscono dalla pratica,questa “spinta energetica” è il primo comburente per fare fluire l’energia dell’allievo.

Il pathos del trasferimento (I Shin den shinarray(5)) è un processo di “scardinamento intellettuale” che insegna all’allievo a posizionarsi in un livello di “sospensione mentale” utile a cogliere il momento propizio per avviare il proprio cambiamento spirituale(RI).

Ciro Varone


array(1) Ko= dopo, – hai= compagno “compagno che viene dopo”
array(2) Sen= prima, – hai= compagno “ compagno, collega che viene prima”
array(3) Sen= prima,- sei= nato “nato prima, nelle arti marziali anche Maestro”
array(4) De shi= allievo
array(5) Shin den shin= da me a te, trasmissione da cuore a cuore

okugi

Okugi

okugiE’ mia convinzione che i maestri di Arti Marziali abbiano un compito notevole nel portare al “risveglio” gli adepti.  Per tale motivo insieme ad altri amici/maestri abbiamo ritenuto importante intraprendere un “percorso” che offra a quanti lo desiderano una visione nuova e al tempo stesso antica della pratica del karatedo.
Tra i tanti  intontimenti che il  complesso e intricato ambiente marziale/sportivo offre come:  gare nazionali, internazionali, manifestazioni, stage con campioni del karate in auge, dove tutti accorrono per  cogliere il “segreto” per vincere o far vincere la gara ai propri atleti: pochi, molto pochi sono quelli che  si preoccupano invece  di comprendere a fondo ciò che stanno “parodiando”.
A mio parare non importa da dove un praticante viene, ne dove sta andando, l’importante è che capisca che per praticare il karatedo  budo  prima o poi dovrà  “passare dallo stesso incrocio” :  una intersezione dove, presto o tardi,  tutti quelli che aspirano alla comprensione del  karatedo dovranno  obbligatoriamente transitare, pena la non completa maturazione o l’abbandono della pratica.
Quasi sempre, quando qualcuno si avvicina per la prima volta al “percorso OKUGI” , sembra rimanere spaventato  ma al tempo stesso incuriosito e stimolato, questo è il primo avvicinamento a qualcosa di nuovo e sconosciuto.
Per un adepto  del budo che pratica con serietà e devozione, non  importa in quale federazione, ente o associazione sia e con quale Maestro : quando si  confronta  per la prima volta  con questa  apparente “trasgressione tecnica” , la sua prima sensazione è quella di sentirsi offeso, sembra che il suo Maestro, la scuola da cui proviene venga vilipesa, oltraggiata e messa al bando, e che la sua stessa competenza subisca un duro colpo, ma in realtà non è questo l’obiettivo del percorso Okugi, anzi.
Capita così che, iniziando la lezione, con degli esercizi semplici ma fondati sul muchimi del kata che andremo di seguito a praticare, il novizio si chiede “ma cosa stiamo facendo, queste tecniche da dove provengono, che kata stiamo allenando?”, in tal modo cominciano a cadere i primi veli, tutto ha inizio da queste considerazioni.
La perplessità si dissolve mano a mano che l’allenamento continua: questo è solo uno dei pensieri che con una certa prepotenza affiorano nella testa dei partecipanti e che io individuo attraverso l’espressione del loro viso, un sentimento misto tra  sbigottimento e curiosità, quasi come un bambino che per la prima volta si trova davanti al giocattolo che ha sempre sognato ma che non poteva permettersi di avere.
Okugi è un percorso che inizia con una trasgressione ,  la prima è sul metodo di allenamento, la seconda la violazione più evidente è sul concetto falsato di Kime,  che molti, nello scorrere degli anni si sono fatti. Le maggiori difficoltà si incontrano infatti sull’efficacia della tecnica anche per quei praticanti che hanno un passato di grandi campioni di karate e hanno raggiunto il livello di V/ VI  dan.
Ma cosa è veramente il percorso Okugi?
A questa domanda rispondo semplicemente:  Okugi è il cammino della ” disubbidienza “, la leva che sradica  le false convinzioni e, qualora scegliamo di intraprendere tale strada,  ci obbliga a non credere in ciò che ci hanno inculcato senza essere stati in grado di dimostrarci, in tecniche e metodi imposti da una dottrina dogmatica e  senza fondamenti che ci è stata imposta  come avviene nelle vecchie e obsolete accademie militari.
Okugi aborra qualsiasi dottrina assiomatica e aspira a ” far comprendere”  ciò che ci è stato  fatto apprendere ma senza avercelo fatto sperimentare, con  l’augurio  che l’adepto  comprenda, “apra gli occhi” (kaimoku).

Ciro Varone

Kata- respirazione e ritmo

Kata: respirazione e ritmo

Kata- respirazione e ritmoAttualmente  i kata non incontrano grandi consensi da parte di molti praticanti di karate, poiché ritenuti “forme di combattimento statiche e obsolete”.
Sicuramente una buona parte di colpa di questo scetticismo  è da attribuire  agli insegnanti di karate che non conoscono in profondità i kata tradizionali e la loro applicazione.
Sempre più frequentemente nelle gare di kata possiamo osservare, con un certo stupore l’alterazione del ciclo respiratorio e del ritmo della respirazione a vantaggio di una più plateale e, a mio avviso, inefficace marzialità  dei waza.
Le tecniche enfatizzate dal gesto puramente tecnico/atletico vengono portate con la forza degli arti superiori facendo perdere il rapporto di equilibrio tra vuoto e pieno, tra duro e morbido, tra inferiore e superiore, tra efficace e inefficace(in- yo): la  respirazione forzata e alta provoca sul nostro corpo effetti opposti a ciò che invece si dovrebbe ottenere per essere realmente efficaci.
La respirazione toracica e gutturale altera l’equilibrio energetico, capovolgendo il risultato di bilanciamento dell’intero corpo: la forza tende a salire sugli arti superiore rendendo il tronco rigido e le gambe  instabili, in questo modo  l’energia non potrà partire dalla spinta della pianta dei piedi, passare attraverso il corpo e arrivare all’arto interessato alla tecnica.
Pertanto è frequente vedere, anche in atleti di un certo livello tecnico, nelle fasi di trasferimento del baricentro, applicare il principio della respirazione in modo errato; inspirando quando sono nella fase più bassa della tecnica e espirando quando sono nella fase più alta della tecnica, mentre, il modo corretto  sarebbe l’esatto contrario. Quando ci stiamo muovendo il nostro corpo deve essere leggero e veloce, quando chiudiamo la tecnica tutta la forza va portata sugli arti inferiori spingendo il baricentro in basso.
Le pause prolungate e ingiustificate che molti agonisti apportano in alcuni kata, scompongono il rapporto  movimento/ciclo respiratorio , alterano il significato stesso del gesto, in tal modo si modificano le connessioni tra esecuzione/ fase respiratoria/ applicazione marziale: una serie di tecniche, un kata per potersi definire utile ai fini dell’applicazione marziale deve essere fluido, continuo e accompagnato dalla respirazione diaframmatica, ma poiché, in alcuni casi, le due fasi della respirazione, inspirazione ed espulsione di aria,  non sono nettamente comprensibili  e tanto meno rilevanti ai fini della competizione, l’esecutore le omette, camuffando la mancanza di tali requisiti con una finta e artefatta respirazione toracica e gutturale .
Nella pratica marziale è, invece, fondamentale che l’esecutore abbia  coscienza di come “respirare” nella realtà del combattimento, che abbia compreso integralmente il significato applicativo del waza e/o del kata (bunkai) per poter  percepire eventuali falle nella propria postura mentale e fisica,  la respirazione con l’uso del tanden  (sede del baricentro del corpo) è l’unico strumento per acquisire la capacità di creare un energia aggiuntiva (ki).
L’energia (ki) si sviluppa esercitandosi a creare un pressione interna all’addome che agisce abbassando il diaframma e spostando il baricentro verso il basso, si ipotizza che il ki fluisca attraverso il meridiano dei reni (sede delle nostre paura), che ha inizio nel’incavo della pianta del piede per finire tra la prima costola e il bordo  inferiore della clavicola: nella  fase di ispirazione si comprimono  i glutei e l’ano (l’ano è collegato con l’emozione della paura), spingendo gli intestini verso il basso, abbassando  il diaframma, non facendo intervenire i polmoni e i muscoli intercostali per ottenere, poi, nella fase espiratoria, una stabilizzazione della parete addominale, un allineamento della colonna vertebrale e, a tal punto, un considerevole incremento di potenza dei colpi spinti da un’energia superiore legata anche alla parte emotiva del nostro cervello (shin).

Sashite e Shikaku

Sashite e Shikaku

Sashite e ShikakuNel combattimento globale, ai fini della difesa personale, i due punti fondamentali chiamati sashite( difendere la linea centrale del corpo, deviando gli attacchi dell’avversario) e shikaku (angolo cieco) vengono per la maggior parte dei praticanti di karate quasi sempre disattesi.
Se consideriamo che nel combattimento il sistema posturale è il principio cardine su cui si basano le nostre capacità reattive e difensive (le più rilevanti parti delle azioni riflesse espresse dai muscoli sono posturali), si consideri che la maggior parte dei punti mortali dell’uomo sono posizionati sull’asse longitudinale del corpo, allora possiamo comprendere anche la grande importanza che riveste saper difendere tale zona del corpo e sapersi muovere utilizzando adeguatamente gli assi anatomici del corpo.
L’evoluzione umana, la lotta per la sopravvivenza, nel corso dei secoli, ha portato l’uomo ad assumere sempre di più una posizione eretta, la mancanza di conflitti di lotta per la riproduzione e una più adagiata vita sociale hanno modificato la nostra postura rendendoci sempre più “vulnerabili” e meno educati a proteggere tali punti.
Le Arti Marziali avendo una matrice profonda e concreta su tali tematiche, ci trasmettono, attraverso le tecniche dei kata e non solo, le risposte corrette per sopperire a questa evoluzione genetica.
Il karate è stato concepito e praticato appositamente per difendersi sopratutto da fendenti rettilinei portati sull’asse longitudinale del nostro corpo e come risposta, dato che questi sono i punti più sensibili, importanti e delicati del corpo, portare tecniche di attacco brevilinee e dirette su tali punti (atemi).
Dunque, sappiamo che per abbattere efficacemente un avversario dobbiamo attaccarlo sull’asse centrale del corpo, tuttavia, come stiamo analizzando in questa mia tesi, anche l’avversario è consapevole di tale fatto, pertanto egli si addestrerà a proteggere queste zone, allora sorge il problema di come eludere la difesa per poter piazzare i nostri colpi nei punti più letali del corpo dell’avversario?
La risposta la troviamo ancora una volta nei movimenti e nelle linee di lotta (enbusen) dei kata, segmenti che se applicati nel modo corretto permettono attacchi e difese multidirezionali, da qui l’importanza della posizione kakeashidachi che ci permetterà di sfruttare i nostri movimenti a 360 gradi e di entrare negli angoli vuoti della sua postura.
Ora, se da un lato analizziamo, attraverso l’allenamento dei kata, la possibilità di studiare le migliori condizioni di difesa dall’altro, i kata, ci insegnano come sfruttare gli angoli ciechi e vulnerabili che esistono nella postura dell’avversario (shikaku), inoltre, dai kata apprendiamo che le tecniche di attacco o di contrattacco iniziano la loro traiettoria non solo dal fianco del corpo (hikite) ma bensì, le tecniche possono partire da una condizione transitoria (shinite)che, tuttavia, poggia la sua base di partenza sul nostro baricentro (tanden), di conseguenza i colpi di mano partiranno già da metà distanza.
Queste indicazioni sono, a mio parere, la chiave d’ingresso per accedere ad un combattimento senza schemi, un kumite basato sul baricentro generale corporeo, sia esso fisico che mentale(mi gamae e ki gamae).
L’idea di accentrare la difesa, comporta una postura del corpo molto diversa da quella che assumono gli atleti agonisti di oggi: se solo per esempio dovessimo affrontare un combattimento dove fosse possibile colpire i genitali, ma senza essere equipaggiati di conchiglia protettiva, sicuramente la nostra posizione sarebbe ben diversa da quella che si assume attualmente nei combattimenti sportivi. Oltre a questo proviamo ad immaginare se potessimo colpire gli occhi o la trachea, anche qui la guardia e la postura del corpo sarebbero molto più centralizzate e chiuse a protezione dei nostri organi più delicati, questo è il messaggio dei racchiuso nei kata dell’istinto educato.I miei sono solo due semplici esempi che, tuttavia, ben descrivono l’utilità di studiare e praticare il karate con diverse angolazioni e direzioni.