+gian e ciro sorriso

Karatedo e-voluto

+gian e ciro sorrisoIl mio attuale impegno nel karatedo procede sulla scia della ricerca  per trovare il punto di scarto, o di distacco, avvenuto nel  karatedo originale alcuni anni or sono: quando parlo di “forma originale” non intendo assolutamente la pratica del  karatedo come lo praticavano  duecento anni fa ad Okinawa, bensì, intendo riferirmi  “all’efficacia originale” per cui nacque  il  karatedo, la difesa personale!

In realtà, lo sanno bene quelli che mi seguono, quanto apprendo giorno per giorno rischia di far crollare tutto ciò che talvolta si ritiene assodato o acquisito, in tal caso, dunque, non mi pongo alcun problema a rivedere e ricostruire i modelli base per un karatedo che rimane perfettamente incanalato nel solco della tradizione, ma che si riedifica su un nuovo sistema di pratica concreta che, tuttavia, spiazza il vecchio sistema e la comodità che ne deriva dal mantenerlo in piedi, anche quando sappiamo benissimo aver perso la propria utilità.

Non possiamo far passare sotto silenzio il fatto che il “karatedo”, in taluni casi, ha perso molto del suo appeal verso  quella fascia di giovani che cercano nella pratica un metodo efficace di combattere contro altri combattenti allenati a tal scopo e, contemporaneamente, un sistema utile di difesa personale efficace e rapido d’apprendere.

Per me, che per formazione, provengo dalla Boxe (disciplina la quale ha fatto dell’efficacia il  suo punto di forza)  e  per lavoro mi occupo di addestrare Operatori delle Forze di Polizia, Il karatedo “originale” è molto, molto di più di tutto questo; oramai lo avrete compreso: non pratico il karatedo per l’estetica e per mantenermi in forma, farei molto meno fatica e dimagrirei facendomi una corsetta tutte le mattine, pratico perché il karatedo mi fornisce un punto d’appoggio e d’incontro tra quegli aspetti fisici, mentali, filosofici e di sicurezza personale che ne la boxe, ne il krav maga e tantomeno la difesa con armi, presi singolarmente, potrebbero mai  darmi; uso il karatedo come un “operatore pratico/teorico” allo scopo di agitare il pensiero, per  riprendermi ciò ch’è andato perso nel corso degli anni, per ripresentare  alle nuove generazioni il Karatedo che oggi, per ovvi motivi inflativi, ho dovuto chiamare  “PERCORSO OKUGI”.

 Vi aspettiamo per mostrarvi OKUGI  a :

Brescia

Mantova

Ivrea

Napoli

Milano

Cagliari

tigre

La Tigre dello Shotokan

tigreSe il karatedo si è diffuso e arrivato  fino a noi, sicuramente, il  merito  è da attribuire anche  all’artista  Hoan Kosugi, allievo di Gichin Funakoshi  e eccelso  pittore  giapponese.
Erano i primi del novecento, il Maestro Funakoshi cercava, attraverso convegni, dimostrazioni e alcuni articoli di giornale, di fare  uscire il karatedo dalla sua clandestinità, facendolo conoscere a quanta più gente possibile.
Sensei Funakoshi in tale occasione incontra l’artista Hoan Kosugi  con il quale intrattiene, oltre ad un rapporto di discepolato maestro/allievo, un ottimo interscambio culturale che lo introduce in circoli accademici culturali di alto livello sociale che lo aiuteranno a diffondere il karatedo nelle sfere più alte dell’aristocrazia giapponese.
L’artista Kosugi che comprese il grande valore del karatedo e sopratutto la bontà del messaggio di Funakoshi si rese conto che nonostante Sensei  Funakoshi si prodigasse per divulgare quanto più fosse possibile il karatedo, i suoi sforzi erano ben lontani dal riuscire a promuovere su ampia scala l’Arte della Mano Vuota.
Pertanto,  Funakoshi, su continua insistenza dell’amico e allievo Kosugi, entrambi appoggiati dal circolo artistico “Club Tabata”,  si convinse  a pubblicare il suo libro dal titolo ” Ren-Tan-Go-shin-Karate-Jutsu.
In quel periodo pionieristico  il testo fondamentale del Maestro Funakoshi rappresentava il primo  documento ufficiale dell’Arte del Karatedo “( in giapponese Tora No Maki) rivisto e organizzato secondo l’idea di “Arte per tutti.
Si racconta che il Maestro Funakoshi quando voleva meditare e stare solo, amava passeggiare sul monte Torao (coda di Tigre) e in tali occasioni, ammirando  la rigogliosa natura del monte, il Maestro era solito scrivere le sue poesie firmandole  con lo pseudonimo di Shoto (fruscio dei pini).
Poiché Tora in giapponese si traduce anche con Tigre, per l’occasione l’artista e allievo Kosugi dipinse  un simbolo artistico di grande  impatto, la Tigre, simbolo di potenza, velocità e arguzia, simbolo che Funakoshi sensei utilizzò per la copertina del suo libro: Kosugi con un solo colpo di pennello  dipinse il cerchio dell’illuminazione Zen (Enso) dove al suo interno è raffigurata la Tigre, sopra la coda della tigre  i kanji del suo nome.

storia-karate

Storia del Karate

storia-karateLa storia delle arti marziali giapponesi è legata alle vicende del Giappone, anche se come vedremo le loro origini si possono far risalire al III secolo a.c.
L’epoca sicuramente può essere identificata nel periodo feudale della storia del Giappone che abbraccia approssimativamente nove secoli (dalle fine del IX al XVIII).
All’inizio di tale periodo in parte abbastanza simile a quello di altri paesi,il Giappone si mantenne isolato dai contatti con le nazioni vicine (Cina, Corea e la colonia cinese di Okinawa)accontentandosi di assimilarne e trasformarne con estrema lentezza alcune manifestazioni artistiche e rare innovazioni tecniche e sociali.
L’apertura(poco desiderata) delle frontiere agli Occidentali e la brusca introduzione di svariate novità determinarono un rigetto del “nuovo” e la cacciata degli stranieri (avvenuta intorno al 1640, ad eccezione di una piccola compagnia olandese) ed il conseguente protrarsi dell’isolamento volontario, e con esso “dell’epoca medioevale”, di quasi altri trecento anni, sino a quando (intorno alla metà del XIX secolo) il Giappone, sotto la minaccia dei cannoni del Commodoro Perry,fu costretto ad aprire i porti all’espansione coloniale inglese.
Proprio questo periodo (periodo Tokugawa o Edo,1600-1867, durante il quale fu imposta una pace, sia pur relativa, fra i “clan”) è ricordato come il più importante par il perfezionamento delle Arti Marziali giapponesi.
A quanto si possono far risalire le origini delle arti marziali giapponesi?Tracce della loro presenza sono riscontrabili nelle armi (arcaiche) ritrovatenei tumuli e nei dolmen del periodo che va dal 250 a.c. fino al 560d.c. Secondo il Capitano F. Brinkley, sembra che gli “invasori delGiappone nel VI secolo a.c.- trovarono le isole già abitate da uominicosì coraggiosi e combattivi che dalla lotta nacque un rispettoreciproco, tanto da far concedere ai vinti una posizione gerarchicapoco inferiore a quella dei vincitori”.

Rapporto Allievo-Maestro

Rapporto Allievo-Maestro

Rapporto Allievo-MaestroPer motivi geografici e di chiusura culturale verso ciò che “veniva dall’esterno”,il popolo Giapponese, per molti anni, ha mantenuto nella sua radiceculturale un forte tratto distintivo in riguardo ai principi dell’ordine e dell’ubbidienza: un simile dualismo è sempre stato inteso dalpopolo nipponico non come pura proibizione ma come unica forma dicollaborazione per il bene comune e l’interesse generale.

Questecaratteristiche le possiamo ritrovare anche fuori da dojo nei semplicirapporti di lavoro tra “capo e inferiore di grado”: per il giapponese la sua identità è definita dalla posizione che assume nella società.

Taliimpostazioni gerarchiche, per noi Occidentali sono un chiaro ostacoloda accogliere, mentre, per il Giapponese, grazie alla formazionericevuta, diventano molto più facili da accogliere.

Nell’esperienza di apprendimento dell’arte marziale, prima di approdare allaconoscenza induttiva che si sperimenta nel rapporto con il propriomaestro, esiste un sistema “gerarchizzato” che aiuta, guida e rende piùprofondo il rapporto che si instaurerà tra l’allievo e il propriomaestro.

Come in ogni forma di tecnica avanzata, sia fisica chementale, prima di giungere a tale livello, si intraprende un percorsograduale che porta a tale obiettivo, in giapponese anche Shu-Ha-Ri:Shu(onorare), Ha (rompere ) e RI (separare): in questa iniziale formadi mutua dialogicità si trova un impalcatura che si strutturaattraverso i primi rapporti interpersonali tra Kohaiarray(1) e Sempaiarray(2).

Sicché,l’adepto impara “come comportarsi con il maestro ” anche attraversol’educazione e l’esempio che riceve dai compagni di pratica piùanziani, Sempai, da loro apprende le regole formali e comportamentali(Shu).

Dal momento che il Sempai è colui che precede ed esortail Kohai l’ attinenza dei rapporti tra Kohai e Sempai è strettamentecollegata anche alla relazione tra Senarray(3)sei- e il Deshiarray(4): il Sempai e il Kohai sono lo specchio del Sensei.

Iltrasferimento degli insegnamenti marziali non avviene se il maestro nonè in grado di tramandare al discente la capacità di mobilizzare leproprie energie e di conseguenza sbriciolare ogni sua convinzione(HA).

Dunque, in questa seconda fase, la “forma mentis”dell’allievo deve essere in grado di percepire una trasmissione nonpre-confezionata, ma sufficientemente dinamica da indurlo aintraprendere la via della trasformazione spirituale, in questo modoegli sposta i limiti delle sue debolezze fino a dilatarli per dare vitaad una nuova comprensione del “sentire e del divenire universale”.

Ilmaestro nel suo simbolismo paventale insegna a neutralizzare glieffetti immobilizzanti dei problemi che scaturiscono dalla pratica,questa “spinta energetica” è il primo comburente per fare fluire l’energia dell’allievo.

Il pathos del trasferimento (I Shin den shinarray(5)) è un processo di “scardinamento intellettuale” che insegna all’allievo a posizionarsi in un livello di “sospensione mentale” utile a cogliere il momento propizio per avviare il proprio cambiamento spirituale(RI).

Ciro Varone


array(1) Ko= dopo, – hai= compagno “compagno che viene dopo”
array(2) Sen= prima, – hai= compagno “ compagno, collega che viene prima”
array(3) Sen= prima,- sei= nato “nato prima, nelle arti marziali anche Maestro”
array(4) De shi= allievo
array(5) Shin den shin= da me a te, trasmissione da cuore a cuore

okugi

Okugi

okugiE’ mia convinzione che i maestri di Arti Marziali abbiano un compito notevole nel portare al “risveglio” gli adepti.  Per tale motivo insieme ad altri amici/maestri abbiamo ritenuto importante intraprendere un “percorso” che offra a quanti lo desiderano una visione nuova e al tempo stesso antica della pratica del karatedo.
Tra i tanti  intontimenti che il  complesso e intricato ambiente marziale/sportivo offre come:  gare nazionali, internazionali, manifestazioni, stage con campioni del karate in auge, dove tutti accorrono per  cogliere il “segreto” per vincere o far vincere la gara ai propri atleti: pochi, molto pochi sono quelli che  si preoccupano invece  di comprendere a fondo ciò che stanno “parodiando”.
A mio parare non importa da dove un praticante viene, ne dove sta andando, l’importante è che capisca che per praticare il karatedo  budo  prima o poi dovrà  “passare dallo stesso incrocio” :  una intersezione dove, presto o tardi,  tutti quelli che aspirano alla comprensione del  karatedo dovranno  obbligatoriamente transitare, pena la non completa maturazione o l’abbandono della pratica.
Quasi sempre, quando qualcuno si avvicina per la prima volta al “percorso OKUGI” , sembra rimanere spaventato  ma al tempo stesso incuriosito e stimolato, questo è il primo avvicinamento a qualcosa di nuovo e sconosciuto.
Per un adepto  del budo che pratica con serietà e devozione, non  importa in quale federazione, ente o associazione sia e con quale Maestro : quando si  confronta  per la prima volta  con questa  apparente “trasgressione tecnica” , la sua prima sensazione è quella di sentirsi offeso, sembra che il suo Maestro, la scuola da cui proviene venga vilipesa, oltraggiata e messa al bando, e che la sua stessa competenza subisca un duro colpo, ma in realtà non è questo l’obiettivo del percorso Okugi, anzi.
Capita così che, iniziando la lezione, con degli esercizi semplici ma fondati sul muchimi del kata che andremo di seguito a praticare, il novizio si chiede “ma cosa stiamo facendo, queste tecniche da dove provengono, che kata stiamo allenando?”, in tal modo cominciano a cadere i primi veli, tutto ha inizio da queste considerazioni.
La perplessità si dissolve mano a mano che l’allenamento continua: questo è solo uno dei pensieri che con una certa prepotenza affiorano nella testa dei partecipanti e che io individuo attraverso l’espressione del loro viso, un sentimento misto tra  sbigottimento e curiosità, quasi come un bambino che per la prima volta si trova davanti al giocattolo che ha sempre sognato ma che non poteva permettersi di avere.
Okugi è un percorso che inizia con una trasgressione ,  la prima è sul metodo di allenamento, la seconda la violazione più evidente è sul concetto falsato di Kime,  che molti, nello scorrere degli anni si sono fatti. Le maggiori difficoltà si incontrano infatti sull’efficacia della tecnica anche per quei praticanti che hanno un passato di grandi campioni di karate e hanno raggiunto il livello di V/ VI  dan.
Ma cosa è veramente il percorso Okugi?
A questa domanda rispondo semplicemente:  Okugi è il cammino della ” disubbidienza “, la leva che sradica  le false convinzioni e, qualora scegliamo di intraprendere tale strada,  ci obbliga a non credere in ciò che ci hanno inculcato senza essere stati in grado di dimostrarci, in tecniche e metodi imposti da una dottrina dogmatica e  senza fondamenti che ci è stata imposta  come avviene nelle vecchie e obsolete accademie militari.
Okugi aborra qualsiasi dottrina assiomatica e aspira a ” far comprendere”  ciò che ci è stato  fatto apprendere ma senza avercelo fatto sperimentare, con  l’augurio  che l’adepto  comprenda, “apra gli occhi” (kaimoku).

Ciro Varone