storia-karate

Storia del Karate

storia-karateLa storia delle arti marziali giapponesi è legata alle vicende del Giappone,anche se come vedremo le loro origini si possono far risalire al III secolo a.c.
L’epoca sicuramente può essere identificata nel periodo feudale della storia del Giappone che abbraccia approssimativamente nove secoli (dalle fine del IX al XVIII).
All’inizio di tale periodo in parte abbastanza simile a quello di altri paesi, il Giappone si mantenne isolato dai contatti con le nazioni vicine (Cina, Corea e la colonia cinese di Okinawa) accontentandosi di assimilarne e trasformarne con estrema lentezza alcune manifestazioni artistiche e rare innovazioni tecniche e sociali.
L’apertura (poco desiderata) delle frontiere agli Occidentali e la brusca introduzione di svariate novità determinarono un rigetto del “nuovo” e la cacciata degli stranieri (avvenuta intorno al 1640, ad eccezione di una piccola compagnia olandese) ed il conseguente protrarsi dell’isolamento volontario, e con esso “dell’epoca medioevale”, di quasi altri trecento anni, sino a quando (intorno alla metà del XIX secolo) il Giappone, sotto la minaccia dei cannoni del Commodoro Perry, fu costretto ad aprire i porti all’espansione coloniale inglese.
Proprio questo periodo (periodo Tokugawa o Edo,1600-1867, durante il quale fu imposta una pace, sia pur relativa, fra i “clan”) è ricordato come il più importante par il perfezionamento delle Arti Marziali giapponesi.
A quando si possono far risalire le origini delle arti marziali giapponesi?

Tracce della loro presenza sono riscontrabili nelle armi (arcaiche) ritrovatenei tumuli e nei dolmen del periodo che va dal 250 a.c. fino al 560d.c. Secondo il Capitano F. Brinkley, sembra che gli “invasori delGiappone nel VI secolo a.c.- trovarono le isole già abitate da uominicosì coraggiosi e combattivi che dalla lotta nacque un rispettoreciproco, tanto da far concedere ai vinti una posizione gerarchicapoco inferiore a quella dei vincitori”.

Rapporto Allievo-Maestro

Rapporto Allievo-Maestro

Rapporto Allievo-MaestroPer motivi geografici e di chiusura culturale verso ciò che “veniva dall’esterno”, il popolo Giapponese, per molti anni, ha mantenuto nella sua radice culturale un forte tratto distintivo in riguardo ai principi dell’ordine e dell’ubbidienza: un simile dualismo è sempre stato inteso dal popolo nipponico non come pura proibizione ma come unica forma di collaborazione per il bene comune e l’interesse generale.

Queste caratteristiche le possiamo ritrovare anche fuori da dojo nei semplici rapporti di lavoro tra “capo e inferiore di grado”: per il giapponese la sua identità è definita dalla posizione che assume nella società.

Tali impostazioni gerarchiche, per noi Occidentali sono un chiaro ostacolo da accogliere, mentre, per il Giapponese, grazie alla formazione ricevuta, diventano molto più facili da accogliere.

Nell’esperienza di apprendimento dell’arte marziale, prima di approdare alla conoscenza induttiva che si sperimenta nel rapporto con il proprio maestro, esiste un sistema “gerarchizzato” che aiuta, guida e rende più profondo il rapporto che si instaurerà tra l’allievo e il proprio maestro.

Come in ogni forma di tecnica avanzata, sia fisica che mentale, prima di giungere a tale livello, si intraprende un percorsograduale che porta a tale obiettivo, in giapponese anche Shu-Ha-Ri:Shu (onorare), Ha (rompere ) e RI (separare): in questa iniziale formadi mutua dialogicità si trova un impalcatura che si strutturaattraverso i primi rapporti interpersonali tra Kohai e Sempai.

Sicché, l’adepto impara “come comportarsi con il maestro ” anche attraverso l’educazione e l’esempio che riceve dai compagni di pratica più anziani, Sempai, da loro apprende le regole formali e comportamentali (Shu).

Dal momento che il Sempai è colui che precede ed esorta il Kohai l’attinenza dei rapporti tra Kohai e Sempai è strettamente collegata anche alla relazione tra Sensei- e il Deshi il Sempai e il Kohai sono lo specchio del Sensei.

Il trasferimento degli insegnamenti marziali non avviene se il maestro non è in grado di tramandare al discente la capacità di mobilizzare le proprie energie e di conseguenza sbriciolare ogni sua convinzione (HA).

Dunque, in questa seconda fase, la “forma mentis”dell’allievo deve essere in grado di percepire una trasmissione non pre-confezionata, ma sufficientemente dinamica da indurlo a intraprendere la via della trasformazione spirituale, in questo modo egli sposta i limiti delle sue debolezze fino a dilatarli per dare vita ad una nuova comprensione del “sentire e del divenire universale”.

Il maestro nel suo simbolismo paventale insegna a neutralizzare gli effetti immobilizzanti dei problemi che scaturiscono dalla pratica, questa “spinta energetica” è il primo comburente per fare fluire l’energia dell’allievo.

Il pathos del trasferimento (I Shin den shin) è un processo di “scardinamento intellettuale” che insegna all’allievo a posizionarsi in un livello di “sospensione mentale” utile a cogliere il momento propizio per avviare il proprio cambiamento spirituale(RI).

okugi

Okugi

okugiE’ mia convinzione che i maestri di Arti Marziali abbiano un compito notevole nel portare al “risveglio” gli adepti.  Per tale motivo insieme ad altri amici/maestri abbiamo ritenuto importante intraprendere un “percorso” che offra a quanti lo desiderano una visione nuova e al tempo stesso antica della pratica del karatedo.
Tra i tanti  intontimenti che il  complesso e intricato ambiente marziale/sportivo offre come:  gare nazionali, internazionali, manifestazioni, stage con campioni del karate in auge, dove tutti accorrono per  cogliere il “segreto” per vincere o far vincere la gara ai propri atleti: pochi, molto pochi sono quelli che  si preoccupano invece  di comprendere a fondo ciò che stanno “parodiando”.
A mio parare non importa da dove un praticante viene, ne dove sta andando, l’importante è che capisca che per praticare il karatedo  budo  prima o poi dovrà  “passare dallo stesso incrocio” :  una intersezione dove, presto o tardi,  tutti quelli che aspirano alla comprensione del  karatedo dovranno  obbligatoriamente transitare, pena la non completa maturazione o l’abbandono della pratica.
Quasi sempre, quando qualcuno si avvicina per la prima volta al “percorso OKUGI” , sembra rimanere spaventato  ma al tempo stesso incuriosito e stimolato, questo è il primo avvicinamento a qualcosa di nuovo e sconosciuto.
Per un adepto  del budo che pratica con serietà e devozione, non  importa in quale federazione, ente o associazione sia e con quale Maestro : quando si  confronta  per la prima volta  con questa  apparente “trasgressione tecnica” , la sua prima sensazione è quella di sentirsi offeso, sembra che il suo Maestro, la scuola da cui proviene venga vilipesa, oltraggiata e messa al bando, e che la sua stessa competenza subisca un duro colpo, ma in realtà non è questo l’obiettivo del percorso Okugi, anzi.
Capita così che, iniziando la lezione, con degli esercizi semplici ma fondati sul muchimi del kata che andremo di seguito a praticare, il novizio si chiede “ma cosa stiamo facendo, queste tecniche da dove provengono, che kata stiamo allenando?”, in tal modo cominciano a cadere i primi veli, tutto ha inizio da queste considerazioni.
La perplessità si dissolve mano a mano che l’allenamento continua: questo è solo uno dei pensieri che con una certa prepotenza affiorano nella testa dei partecipanti e che io individuo attraverso l’espressione del loro viso, un sentimento misto tra  sbigottimento e curiosità, quasi come un bambino che per la prima volta si trova davanti al giocattolo che ha sempre sognato ma che non poteva permettersi di avere.
Okugi è un percorso che inizia con una trasgressione ,  la prima è sul metodo di allenamento, la seconda la violazione più evidente è sul concetto falsato di Kime,  che molti, nello scorrere degli anni si sono fatti. Le maggiori difficoltà si incontrano infatti sull’efficacia della tecnica anche per quei praticanti che hanno un passato di grandi campioni di karate e hanno raggiunto il livello di V/ VI  dan.
Ma cosa è veramente il percorso Okugi?
A questa domanda rispondo semplicemente:  Okugi è il cammino della ” disubbidienza “, la leva che sradica  le false convinzioni e, qualora scegliamo di intraprendere tale strada,  ci obbliga a non credere in ciò che ci hanno inculcato senza essere stati in grado di dimostrarci, in tecniche e metodi imposti da una dottrina dogmatica e  senza fondamenti che ci è stata imposta  come avviene nelle vecchie e obsolete accademie militari.
Okugi aborra qualsiasi dottrina assiomatica e aspira a ” far comprendere”  ciò che ci è stato  fatto apprendere ma senza avercelo fatto sperimentare, con  l’augurio  che l’adepto  comprenda, “apra gli occhi” (kaimoku).

Ciro Varone

Kata- respirazione e ritmo

Kata: respirazione e ritmo

Kata- respirazione e ritmoAttualmente i kata non incontrano grandi consensi da parte di molti praticanti di karate, poiché ritenuti “forme di combattimento statiche e obsolete”.
Sicuramente una buona parte di colpa di questo scetticismo  è da attribuire  agli insegnanti di karate che non conoscono in profondità i kata tradizionali e la loro applicazione.
Sempre più frequentemente nelle gare di kata possiamo osservare, con un certo stupore l’alterazione del ciclo respiratorio e del ritmo della respirazione a vantaggio di una più plateale e, a mio avviso, inefficace marzialità  dei waza.
Le tecniche enfatizzate dal gesto puramente tecnico/atletico vengono portate con la forza degli arti superiori facendo perdere il rapporto di equilibrio tra vuoto e pieno, tra duro e morbido, tra inferiore e superiore, tra efficace e inefficace (in- yo): la  respirazione forzata e alta provoca sul nostro corpo effetti opposti a ciò che invece si dovrebbe ottenere per essere realmente efficaci.
La respirazione toracica e gutturale altera l’equilibrio energetico, capovolgendo il risultato di bilanciamento dell’intero corpo: la forza tende a salire sugli arti superiore rendendo il tronco rigido e le gambe  instabili, in questo modo  l’energia non potrà partire dalla spinta della pianta dei piedi, passare attraverso il corpo e arrivare all’arto interessato alla tecnica.
Pertanto è frequente vedere, anche in atleti di un certo livello tecnico, nelle fasi di trasferimento del baricentro, applicare il principio della respirazione in modo errato; inspirando quando sono nella fase più bassa della tecnica e espirando quando sono nella fase più alta della tecnica, mentre, il modo corretto  sarebbe l’esatto contrario. Quando ci stiamo muovendo il nostro corpo deve essere leggero e veloce, quando chiudiamo la tecnica tutta la forza va portata sugli arti inferiori spingendo il baricentro in basso.
Le pause prolungate e ingiustificate che molti agonisti apportano in alcuni kata, scompongono il rapporto  movimento/ciclo respiratorio , alterano il significato stesso del gesto, in tal modo si modificano le connessioni tra esecuzione/ fase respiratoria/ applicazione marziale: una serie di tecniche, un kata per potersi definire utile ai fini dell’applicazione marziale deve essere fluido, continuo e accompagnato dalla respirazione diaframmatica, ma poiché, in alcuni casi, le due fasi della respirazione, inspirazione ed espulsione di aria,  non sono nettamente comprensibili  e tanto meno rilevanti ai fini della competizione, l’esecutore le omette, camuffando la mancanza di tali requisiti con una finta e artefatta respirazione toracica e gutturale .
Nella pratica marziale è, invece, fondamentale che l’esecutore abbia  coscienza di come “respirare” nella realtà del combattimento, che abbia compreso integralmente il significato applicativo del waza e/o del kata (bunkai) per poter  percepire eventuali falle nella propria postura mentale e fisica,  la respirazione con l’uso del tanden  (sede del baricentro del corpo) è l’unico strumento per acquisire la capacità di creare un energia aggiuntiva (ki).
L’energia (ki) si sviluppa esercitandosi a creare un pressione interna all’addome che agisce abbassando il diaframma e spostando il baricentro verso il basso, si ipotizza che il ki fluisca attraverso il meridiano dei reni (sede delle nostre paura), che ha inizio nel’incavo della pianta del piede per finire tra la prima costola e il bordo  inferiore della clavicola: nella  fase di ispirazione si comprimono  i glutei e l’ano (l’ano è collegato con l’emozione della paura), spingendo gli intestini verso il basso, abbassando  il diaframma, non facendo intervenire i polmoni e i muscoli intercostali per ottenere, poi, nella fase espiratoria, una stabilizzazione della parete addominale, un allineamento della colonna vertebrale e, a tal punto, un considerevole incremento di potenza dei colpi spinti da un’energia superiore legata anche alla parte emotiva del nostro cervello (shin).

Sashite e Shikaku

Sashite e Shikaku

Sashite e ShikakuNel combattimento globale, ai fini della difesa personale, i due punti fondamentali chiamati sashite( difendere la linea centrale del corpo, deviando gli attacchi dell’avversario) e shikaku (angolo cieco) vengono per la maggior parte dei praticanti di karate quasi sempre disattesi.
Se consideriamo che nel combattimento il sistema posturale è il principio cardine su cui si basano le nostre capacità reattive e difensive (le più rilevanti parti delle azioni riflesse espresse dai muscoli sono posturali), si consideri che la maggior parte dei punti mortali dell’uomo sono posizionati sull’asse longitudinale del corpo, allora possiamo comprendere anche la grande importanza che riveste saper difendere tale zona del corpo e sapersi muovere utilizzando adeguatamente gli assi anatomici del corpo.
L’evoluzione umana, la lotta per la sopravvivenza, nel corso dei secoli, ha portato l’uomo ad assumere sempre di più una posizione eretta, la mancanza di conflitti di lotta per la riproduzione e una più adagiata vita sociale hanno modificato la nostra postura rendendoci sempre più “vulnerabili” e meno educati a proteggere tali punti.
Le Arti Marziali avendo una matrice profonda e concreta su tali tematiche, ci trasmettono, attraverso le tecniche dei kata e non solo, le risposte corrette per sopperire a questa evoluzione genetica.
Il karate è stato concepito e praticato appositamente per difendersi sopratutto da fendenti rettilinei portati sull’asse longitudinale del nostro corpo e come risposta, dato che questi sono i punti più sensibili, importanti e delicati del corpo, portare tecniche di attacco brevilinee e dirette su tali punti (atemi).
Dunque, sappiamo che per abbattere efficacemente un avversario dobbiamo attaccarlo sull’asse centrale del corpo, tuttavia, come stiamo analizzando in questa mia tesi, anche l’avversario è consapevole di tale fatto, pertanto egli si addestrerà a proteggere queste zone, allora sorge il problema di come eludere la difesa per poter piazzare i nostri colpi nei punti più letali del corpo dell’avversario?
La risposta la troviamo ancora una volta nei movimenti e nelle linee di lotta (enbusen) dei kata, segmenti che se applicati nel modo corretto permettono attacchi e difese multidirezionali, da qui l’importanza della posizione kakeashidachi che ci permetterà di sfruttare i nostri movimenti a 360 gradi e di entrare negli angoli vuoti della sua postura.
Ora, se da un lato analizziamo, attraverso l’allenamento dei kata, la possibilità di studiare le migliori condizioni di difesa dall’altro, i kata, ci insegnano come sfruttare gli angoli ciechi e vulnerabili che esistono nella postura dell’avversario (shikaku), inoltre, dai kata apprendiamo che le tecniche di attacco o di contrattacco iniziano la loro traiettoria non solo dal fianco del corpo (hikite) ma bensì, le tecniche possono partire da una condizione transitoria (shinite)che, tuttavia, poggia la sua base di partenza sul nostro baricentro (tanden), di conseguenza i colpi di mano partiranno già da metà distanza.
Queste indicazioni sono, a mio parere, la chiave d’ingresso per accedere ad un combattimento senza schemi, un kumite basato sul baricentro generale corporeo, sia esso fisico che mentale(mi gamae e ki gamae).
L’idea di accentrare la difesa, comporta una postura del corpo molto diversa da quella che assumono gli atleti agonisti di oggi: se solo per esempio dovessimo affrontare un combattimento dove fosse possibile colpire i genitali, ma senza essere equipaggiati di conchiglia protettiva, sicuramente la nostra posizione sarebbe ben diversa da quella che si assume attualmente nei combattimenti sportivi. Oltre a questo proviamo ad immaginare se potessimo colpire gli occhi o la trachea, anche qui la guardia e la postura del corpo sarebbero molto più centralizzate e chiuse a protezione dei nostri organi più delicati, questo è il messaggio dei racchiuso nei kata dell’istinto educato.I miei sono solo due semplici esempi che, tuttavia, ben descrivono l’utilità di studiare e praticare il karate con diverse angolazioni e direzioni.

Kumite- Choishi

Kumite: Choishi

Kumite- Choishi“La verità ti renderà libero, ma prima, probabilmente, sofferente”.

Nel  karate volendo affrontare l’ argomento  del combattimento tradizionale, quindi non per fini sportivi,  non possiamo non sviscerare tutte le condizioni contenute nell’idea di efficacia totale  e, di conseguenza, uscire dalla ubriacatura che il combattimento di chiara impostazione  sportiva ha prodotto nel corso degli anni.
L’impalcatura edificata nella proposta di allenamento ai fini agonistici ha fuorviato dalla radice originale del “kumite tridimensionale” il quale immemore delle proprie radici ha finito col farsi contagiare e deviare dal proprio obiettivo originario.
Un sistema di allenamento finalizzato a “totalizzare punti” che pretende anche di rispondere alle esigenza di autodifesa ha prodotto, in tale settore, una infinità di anomalie e errori di fondo che, in una situazione di confronto reale, potrebbero costare molto caro a chi  inconsapevolmente le applica credendo di essere nell’autenticità.

Essere adepti di un’ arte marziale  è prima di tutto “esercitare” la propria capacità di divenire “spontanei” anche e sopratutto nei momenti di estremo pericolo, pertanto è d’obbligo che il nostro allenamento, per essere veramente utile al combattimento e alla difesa personale, risponda il più fedelmente possibile alle condizioni reali nelle quali verremo a trovarci in quel preciso momento.
Nel kumite l’istintività guida il praticante alla ricerca dell’efficacia: una qualità fondamentale sopratutto in condizioni di elevato pericolo, dove la dimensione di sopravvivenza governa e supera ogni forma tecnicismo fine a se stesso:l’esasperata ricerca della “tecnica vincente” con il mero fine agonistico mal si coniuga con la necessità di sopravvivere ad un vero combattimento.

L’allievo che si allena ad essere spontaneo utilizza la tecnica per sbloccare il corpo e la psiche.
Anche ai migliori esperti può succedere che nel kumite la mente  blocchi il corpo e lo  renda incapace di reagire nel modo adeguato: in tale circostanza pure dei semplici movimenti diventano gesti irrealizzabili e incontrollati.
Il praticante di Budo è consapevole di tali condizioni e pertanto deve allenarsi per superarle, dato che nella realtà del combattimento non avrà un regolamento, un arbitro, un coach  o un medico che accorrerà in suo aiuto nel momento in cui ne avrà bisogno.

Se da un lato, attraverso l’allenamento di forma sportiva, apprendere nuovi schemi e imparare come muovere il corpo ci dona equilibrio fisico, naturalezza tecnica e ci aiuta ad  aumentare il nostro repertorio dei colpi di attacco e difesa,  dall’altro lato  ci condiziona ponendo come fine ultimo il solo “toccare per primi”, tutto ciò ci lega a modelli corporei artefatti e inaccettabili ai fini dell’efficacia e della sopravvivenza. Infatti tale condizione non ci garantisce la capacità di reagire adeguatamente e in modo efficace ad un attacco deciso e profondo, poiché solo nel “mondo reale della difesa personale”, in una circostanza dove non esistono parametri arbitrali, potremmo verificare l’ autenticità di tale percorso e, sopratutto, l’allenamento di forma sportiva potrà esserci d’aiuto solo se saremmo giunti ad essa attraverso un percorso che è per l’80% mentale e per il restante 20% fisico.

Per superare  questo problema è importante affrontare il combattimento sotto l’aspetto della realtà dei colpi: non bisogna distinguere se si tratta di un semplice allenamento, di una gara, di un avversario,  di vita o di morte, in modo che d’innanzi alla  paura di “non farcela” dobbiamo istintivamente reagire scardinando le nostre angosce, in questo modo, forse,  potremo  riuscire a “vederci dentro”.
A mio parere la strada da percorrere è quella di interiorizzare questi fenomeni naturali e prodotti della nostra mente, abbattendoli per mezzo della acquisizione  di  nuovi concetti metafisici estranei fino ad allora, elementi questi  che sono essenziali  per la dominanza  dello  yomi e  dello yoshi.

Un combattente che non ha mai avuto l’occasione di conoscersi in queste circostanze è un “tirocinante ignaro” incapace di avanzare nello studio del karatedo.
La domanda che noi tutti praticanti di karate dobbiamo porci è la seguente: “è possibile, in una situazione reale, difendersi con tecniche di karate che prevedono protezioni (guanti, conchiglia, paradenti, paratibie,corpetto…)  con una limitazione dei colpi  e una regolamentazione che non prevede di atterrare, controllare e colpire con atemi alcune parti del corpo dell’avversario?”
Quanti praticano con serietà sanno molto bene che spesso  il pensiero sopprime la giusta azione e ci priva della adeguata naturalezza e sensibilità: la persistenza di componenti emotive che entrano in gioco prima e durante uno  scontro reale pervadono il combattente e lo pongono, qualora lo stesso non sia adeguatamente preparato a tale presupposto, nella condizione di “principiante”giacché la mente invasa dalla paura lo lega  all’avversario e, di conseguenza, lo fa dipendere  dallo stesso: solo quando le nostre abilità fisiche diventano “esperienze spirituali” si supera la paura dell’altro, se la paura annulla l’azione, il pensiero ne falsa il tempo, il ritmo, la distanza e la reattività, pertanto la mente per essere veramente libera di  andare oltre la ragione e la razionalità, al di là della paura deve necessariamente passare attraverso un percorso particolare legato al vivere e/o morire.

Nel kumite è usuale studiare il tempo, il ritmo dell’attacco ma molto insolito invece esercitarsi sugli stessi principi applicati alla parata: nell’ idea di combattere senza “limitazioni” tra la parata e il contrattacco non può esserci il minimo scarto di tempo, di sfasatura temporale e di distrazione mentale, a tal proposito le parate e i contrattacchi più efficaci che collegano nel contempo reazione-parata- contrattacco sono senza ombra di dubbio quelle eseguite secondo il principio del hente (parare e contrattaccare con lo stesso).
Troppo spesso la parata è intesa per molti di noi  un waza (tecnica) di ritirata strategica, un subire l’aggressività e la  volontà di attacco, tutto ciò è scontato e prevedibile, mentre invece l’azione di parare andrebbe compiuta con coraggio (yu) tenendo conto di non fermare mai l’azione del corpo, che  nella sua  reazione dovrà attivare una risposta coincidente con l’intero spostamento del corpo che muovendosi e vibrando produce la replica: questo è anche la definizione che in giapponese viene definita  Shin Ki  Gi (dirigere la mente e lo spirito con la giusta attitudine).
In questo livello di attenzione non ci si pone più la questione di “vedere”  i movimenti dell’avversario, ma piuttosto di percepirli  nella loro ampiezza ed estensione, in tal senso se siamo capaci di “penetrare l’avversario”  senza farci turbare dal suo attacco produrremo  la dimensione di hishiryo, la cognizione che ci rende liberi di reagire a qualsiasi forma di attacco fisico e/o mentale.

Il valore del kata nella pratica del Kumite

Il valore del kata nella pratica del Kumite

Il valore del kata nella pratica del KumiteInoltrarsi  nella complessa analisi dell’impiego del kata come strumento di formazione guerriera è sicuramente molto difficile, per poterlo fare in modo corretto  bisogna necessariamente identificare le diverse classificazioni  delle Arti Marziali in quanto, per esempio, il kata del kendo, del judo nascono e si promulgano in modo molto diverso da come si sviluppano quelli del karate  poiché mentre il judo e il kendo vedono nel kata una “traccia” da seguire per armonizzare il lavoro a coppie, il karate nell’applicazione dei suoi bunkai  elabora  e intravede nell’uke (partner) solamente “l’avversario”.
Infatti, i kata del karate, anche se molti lo ignorano, non sono solo dei meri strumenti di trasmissione di tecniche, in essi sono racchiuse, oltre alla tecnica, la tattica e la strategia: queste sono molto complesse e difficili da tramandare dal momento che  le stesso possono subire innumerevoli  varianti condizionate dalle molteplici differenze fisiche,  ma anche ambientali e circostanziali della casualità dello scontro. Queste ultime nozioni  fanno parte di un ‘eredità legata all’arte dei Samurai che, amalgamatesi alle esigenze di difesa personale civile, hanno  posto le basi per tramandare, attraverso il sofisticato metodo pratico/analitico del kata, i principi della tecnica, della tattica e della strategia del combattimento totale.
Se partiamo dal presupposto che per un’Arte Marziale come il karate  è insufficiente  tramandare solo la tecnica, la mancanza di questi presupposti  potrebbero far  perdere  tutte le sfumature e le peculiarità dei sui assiomi legati alla radice originale della lotta  e della tipicità della stesso ryu (scuola, corrente).
Nel kata non è visibile il concetto di distanza/tempo, tuttavia è implicito nella codificazione/ decodificazione (bunkai). Il messaggio dello stesso è ispirato, per vincolo dogmatico, ai fondamenti  della lotta primitiva e totale dove, appunto, la distanza e il tempo sono i due pilastri portanti dell’ Arte stessa.
La distanza e il tempo  rendono il combattimento efficace e al momento stesso pericoloso: la nostra tecnica diventa efficace quando i suoi principi vengono affrontati correttamente  e sono rivolti contro il nostro avversario, pericolosi nel momento in cui vengono impiegati contro di noi, oppure vengono  disattesi nella  nostra preparazione. Per difendersi efficacemente con il kata bisogna allenare la condizione interiore preparandosi all’attimo in cui la “paura” prenderà il sopravvento sulla nostra mente e la stessa sarà “paralizzata”  (kyo) da una mancata o inadeguata preparazione.
Nel combattimento per la vita  lo “spazio e il tempo ” sono  prima di tutto mentali, dato che senza il giusto atteggiamento non saremo in grado di mantenere il  necessario  autocontrollo per reagire prontamente ad un attacco improvviso, da qui il concetto di zanshin imposto nella pratica del kata: queste peculiarità andrebbero sempre tenute in considerazione dato che le stesse possono decidere la vita e la morte di chi le subisce.
Ovviamente, nel combattimento colpire, parare, schivare e  bloccare sono tutte azioni che vanno fatte con precisione e tempismo, l’efficacia delle stesse è sempre legata ai modi e ai tempi d’esecuzione e ancora di più ai punti  esatti dove applicare l’azione.
Per applicare questi principi è importante padroneggiare il corpo, avere il controllo dei muscoli delle gambe, delle anche e del tronco unendoli e sincronizzandoli in azioni coordinate e precise (Tangi e Tentai).  I piedi, le anche, il tronco le  gambe e le braccia concentrati in una unica azione (kime), a tal proposito il Maestro Anko Itosu scriveva: ” …nel Toudi le posizioni sono estremamente importanti. Stare in piedi dritti, abbassare le spalle e tenere salde le gambe. Attingere la forza  dalla parte bassa dell’addome e coordinare i movimenti della parte superiore e inferiore del corpo…”.
Trasmettere la radice originale delle azioni  di lotta attraverso la pratica quotidiana del kata, e assorbirne la tattica e la strategia è importante per approfondire gli stati mentali legati all’azione e all’impiego efficace del kata come metodo di addestramento al kumite.

Bunkai: ab imis fundamentis

Alcuni  insegnanti di karate, ad un certo punto della loro esperienza, almeno credo, si pongono delle domande sull’importanza e sul contenuto di ciò che da anni si ripete e si cerca di fare proprio attraverso la pratica costante del karate.
Come è oramai risaputo le reali sorgenti del karate sono i kata, ma oggi è sempre più difficile comprenderne il significato e applicarne i concetti chiave: le radici di un’arte marziale sono come quelle di un albero, attraverso esse il karate (albero) si alimenta dando dei frutti (karateka) di qualità, senza radici l’albero si secca e non può dare frutti.
Pertanto la riflessione è d’obbligo e, a mio parere, bisogna partire ab imis   per comprendere prima di tutto ciò che era ieri il karate, come e quali sono state le modifiche apportategli e, sopratutto, i motivi per cui oggi eseguiamo una gestualità modificata senza ben comprenderne le ragioni.
Sappiamo che il karate ha subito nel corso degli anni  alcuni mutamenti, tuttavia, la vera fase “rivoluzionaria” del karate è nata nel periodo in cui al  maestro Itosu gli fu commissionato di “adattare” il karate per i bambini delle scuole e per i ragazzi dei licei. In questa particolare fase il Maestro Itosu dovette dotarsi di nuovi strumenti educativi estrapolandoli dalle sue conoscenze  e da quello che in quel preciso momento il karate poteva  offrire, sebbene, all’epoca,  di educativo aveva ben poco.
A fronte di tale richiesta di trasformazione  Sensei Itosu prese in esame e in prestito i migliori strumenti dove si trovavano racchiuse le  radici del karate, i kata: Naifanchi, Kushanku, Passai e Channan, questi kata  custodivano e conservano ancora oggi  i veri “sorgenti” del karate interstile, cioè prima che i vari maestri e suole personalizzassero il karate in diverse ryu.
Naturalmente questi kata non erano stati ideati per “educare bambini” bensì per addestrare uomini a combattere all’ultimo sangue pertanto molte tecniche dovettero necessariamente essere modificate, lo stesso Maestro Kenwa Mabuni, che era allievo di Itosu, ammise che  Naifanchi appreso da Itosu era decisamente diverso da quello che gli aveva insegnato da Matoyoshi, quindi una versione diversa da quella di Itosu il quale escluse dalla versione originale gli attacchi i occhi e l’utilizzo della “spallata” per sbilanciare e atterrare l’avversario.
Seguendo questa linea di reimpostazione il Maestro Itosu codificò i cinque kata Pinan, lo scopo di tale “reimpostazione” era ben chiaro sin da subito e anche altri insegnanti dell’epoca seguirono le sue indicazioni, lo stesso Hanashiro e Funakoshi, apportano ulteriori modifiche e aggiustamenti a quelle già anticipate  da Itosu, tutto al fine di  rendere il karate “accessibile anche ai bambini”.
In questo particolare contesto storico, che vede sostanziali modifiche alla pratica esterna del karate, si riscontra che nonostante queste sostanziali modifiche i bunkai dei kata non hanno subito concreti cambiamenti ma tuttavia, per i motivi già esposti, sono stati messi nel dimenticatoio  e con il passare degli anni sono sempre più andati perdendosi.
Oggi i Maestri di karate che interpretano tale pratica ancora come Arte Marziale sono sempre più alla ricerca delle radici e con esse dell’identità dell’arte stessa; attraverso lo studio, la ricerca  e l’esperienza pratica  è ancora possibile scorgere nell’ azione dei bunkai quelle tecniche nascoste o dimenticate che hanno dato al karate quell’alone di arte marziale micidiale e unica nel suo genere.
In verità per comprendere a pieno la portata e il valore di tale rifacimento, è necessario ricomporre il puzzle facendo un viaggio  indietro nel tempo lungo quasi 150 anni, cercando di comprendere e di tenere sempre ben presente quali pezzi sono andati persi, quali sono stati dimenticati e quali sono quelli che sono stati alterati; da qui anche il concetto di bunkai che tradotto significa (smontare, ricomporre per comprendere il funzionamento), un lavoro che impone serie riflessioni, una buona dose di umiltà  e anche qualche passo indietro che non tutte le scuole o maestri sono disposti a compiere.
Sostanzialmente possiamo interpretare il bunkai come un manuale tecnico che ci pone in condizioni di comprendere schemi, movimenti, strategie e tattiche acquisite e materializzate attraverso la ripetizione della forma in positivo definito “kata”  ciò nonostante questa forma  andrà rivista e reinterpretata per mezzo della forma in negativo (bunkai).

HAMERU

HAMERU

HAMERUGià in diverse occasioni ho scritto sul concetto di ura e omote, nozioni  oggi dimenticate ma , invece, onnipresenti   nella antica pratica del Budo giappone, dato che, ritengo, che tali principi non siano sempre ben compresi e  presenti nell’allenamento attuale  di tutti noi, credo sia  bene ritornare su queste spiegazioni cercando di sviscerare altri aspetti custoditi  nei kata del karate, quasi del tutto perduti, taciuti o ignorati.

Uno degli aspetti maggiormente confuso  è sicuramente  il concetto di “parata e contrattacco incluso “, cioè tutte quelle tecniche “camuffate” ma di completamento e di collegamento nascoste nelle pieghe delle parate e nei movimenti dei kata che esistono come messaggio implicito ma che non esistono come tecnica fisica,visibile  e misurabile dall’osservatore esterno.

 Per spiegare meglio questi aspetti, che molti credono siano puramente esoterici  ma che invece non lo sono per niente, queste nozioni  costituiscono l’impalcatura di un sistema di lotta complesso e ben strutturato che non tiene conto solo del gesto tecnico ma che include in esso, secondo la tradizione classica del Budo,  tutto ciò che serve al guerriero per sopravvivere sul campo di battaglia:  la tattica e la strategia.

Per  meglio farmi comprendere a questo punto è doveroso aprire una  parentesi, come dicevano i nostri avi, “ab ovo”, per  aprire  un riflessione che come sempre ci impone di ritornare agli albori della storia del karate in quanto è proprio in questa fase storica particolare che il karate ha subito diverse mozzature e distorsioni.

Sicuramente molti adepti del karate sono a conoscenza che i maestri precursori che erano gli unici depositari di queste competenze basavano i loro insegnamenti su due fronti, il primo prevedeva il kata come forma rigida e imposta , il secondo come strumento libero di conoscenza e sperimentazione di esperienze racchiuse  nel gesto, l’ura e l’omote:  tale pratica era per loro uno strumento impeccabile per spiegare  e fare comprendere le conoscenze originarie  e all’apparenza inesistenti  di quei principi che, appunto, erano, per ragioni che tutti noi ben comprendiamo, celati al pubblico e alle altre scuole rivali.

Premesso questo richiamo storico succede che sempre più spesso ci dimentichiamo che i kata non sono solo un condensato  di tecniche, la mia modesta esperienza mi ha fatto capire, anche dopo il mio viaggio fatto ad Okinawa, che essi sono dei “trattati di tattiche e strategie”, ed ecco che se parliamo di tattica e strategia molti aspetti dei kata vanno  rivisti da angolazioni diverse e con occhi completamente nuovi.

Dato che il procedimento di studio non potrà sicuramente vertere sull’esteriorità del gesto, misurabile e premiabile da una giuria ma, anzi,  dovrà per ovvi motivi  rispondere alle legge dell’efficacia, è d’obbligo  non perdere di vista che l’esecuzione del kata primigenio prevedeva che,nelle tecniche di parata  e nei movimenti di scivolamento del corpo,  ci fossero inseriti degli spazi ( hame-waza) che  racchiudessero colpi di gomiti, prese, ginocchiate e strangolamenti invisibili all’occhio estraneo; poiché questo particolare, che serviva per rendere il kata efficace ed applicabile alla realtà della lotta, non sempre veniva svelato, oggi quasi più nessuno ne è a conoscenza e pertanto i kata sono interpretati, applicati e insegnanti con distorsioni e modifiche che premiano il gesto agonistico ma ci allontanano sempre più dalla realtà contestuale delle esigenze di nascita e trasmissione di tali esercizi e il loro sviluppo come forma di Budo moderno.

Kata shotokan - shin no budo

Kata shotokan: shin no budo

Kata shotokan - shin no budoIl karate è un’arte marziale che si colloca in una fase particolare della tradizione giapponese: la sua evoluzione è figlia di un cambiamento epocale che vede tale popolo passare da una datata cultura  medioevale  ad un forzato e amaro cambiamento moderno, sfociato poi in una guerra che li vide pesantemente sconfitti.
Nei primi anni cinquanta il karate in Giappone, conosce una grande diffusione che si replicherà poi su scala mondiale. Il karate è passato attraverso una serie di cambiamenti e di trasformazioni arrivando ai giorni nostri per merito dei kata, l’essenza dell’arte stessa.
I kata non sono dei rigidi movimenti  formali e inadeguati, la rigidità degli stessi implica l’impossibilità di evolversi, in essi il praticante dovrebbe trovare le soluzioni ai problemi della lotta, laddove non dovesse riuscirci, esso dovrà prendere spunto dai kata per trovare gli stati emozionali  dei maestri ideatori trasformati in tecniche e strategie racchiusi nei kata. Il declino delle arti del budo iniziò nel periodo post bellico e tutt’oggi è ancora in atto.
I kata dello stile shotokan sono un mix di influenze di diverse culture:indiana, cinese, okinawense e giapponese;nel suo testo fondamentale il  M°Funakoshi Gichin asseriva che in quel periodo erano molti gli stili di karate esistenti  che tuttavia si potevano classificare in due correnti particolari, ognuna con una sua peculiarità: shorei e shorin , il duro e il morbido, il potente e il veloce. A seguito di tali considerazioni  Sensei Funakoshi  seppe intelligentemente dosare e mescolare queste due “diversità interpretative” rendendole fruibili e comprensibili a tutti i praticanti del proprio ryu e trasformando un  modello di lotta unilaterale in un’arte marziale molto più ampia e completa (ju no awase).
Al quel tempo l’universo estetico e la coreografia   erano l’ultimo problema dei praticanti, l’obiettivo della forma era quella di arrivare a praticare senza contrazioni poiché gli  irrigidimenti  in una situazione reale, (shin shobu) avrebbero reso le tecniche raffinate del karate impraticabili per ovvie ragioni di tipo psicologico. La forma corretta doveva servire al rilassamento del corpo e della mente, la via del bushi era indissolubilmente legata al ciclo della vita e della morte poiché l’arte aspirava a tale fine.  Chi  ai quei tempi si era trovato a combattere per la vita probabilmente era consapevole che la formazione del bushi doveva scorrere attraverso una intricata rete di informazioni/sensazioni  fisiche e mentali comprensibili esclusivamente da chi era alla ricerca di un metodo di difesa che lo potesse fare sopravvivere d’innanzi ad un assalto mortale, questa  “informazioni” furono immortalate nei kata, peccato che poi molte di queste sono andate perse o rimaste sconosciute alla maggior parte degli istruttori moderni.
Un buon esempio di trasmissione di tale metodologia lo possiamo trovare nei kata basati sulla respirazione come angetsu, dove l’obiettivo non è quello produrre contrazioni esterne bensì quello di enfatizzarle per arrivare a toglierle, gli ideatori di tali kata  conoscevano le condizioni mentali e fisiche che  un uomo si trova ad affrontare nell’attimo in cui c’è in gioco la vita: l’irrigidimento del corpo, la perdita di alcune capacità tattili, l’alterazione della respirazione e del battito cardiaco erano   gli effetti più deleteri per affrontare con lucidità e determinazione il combattimento, per tale motivo i kata sono essenziali, perchè gli stessi  furono forgiati  nel fuoco della realtà del combattimento.
La rigidità ci fa perdere la velocità dei gesti, per tale motivo alcuni kata allenano una respirazione lenta e profonda, in questi si esercita la capacità di muoversi in uno stato alterato di coscienza, attraverso la respirazione si tende a controllare gli effetti negativi della iperventilazione, a reagire e a muovere un corpo “modificato” che spesso non sembra  neppure nostro. La parte veloce del kata rappresenta l’altra faccia della stessa condizione psicofisica, dove il tempo scorre velocemente, si accorciano i movimenti del corpo e tutto sembra che accada velocemente senza neppure   riuscire a vederlo e tantomeno controllarlo.
A seguito di alcune esperienze Yoshitaka Funakoshi sembrava  avere capito queste trasformazioni che avvenivano nel corpo in quei particolari momenti e allora incoraggiava lo studio del ran toru (essere spontanei e liberi nell’azione), la sua idea di karate era più vicina a quella del maestro Yasuhiro konishi grande esperto di karate e kendo, già allievo di Gichin Funakoshi e di Motobu Choki , che con  la sua  intelligenza e  abnegazione verso l’impegno che si era assunto nei confronti di suo padre e dei suoi compagni di pratica, cercò di ricreare, attraverso  il potenziamento del corpo , l’ampiezza delle tecniche e i durissimi allenamenti , quelle circostante psicofisiche che potevano rendere anche il più esperto dei combattenti incapace di sopravvivere nella realtà della lotta. Secondo la testimonianza diretta del maestro Taji Kase,  Funakoshi figlio, era ben consapevole che indurire mani e piedi non fosse sufficiente per sopravvivere ad un combattiemnto reale, egli  era solito spronare i propri allievi a ricercare il colpo mortale (ikken issatsu), tale condizione metteva i combattenti in uno stato di stress  che li portava vicino alla soglia della realtà della lotta totale, il suo obiettivo non era tanto la tecnica quanto lo stato psicologico, nelle sue lezioni la tensione era palpabile  e si avvicinava a quella  dello scontro fatale. In alcuni casi l’anziano padre, come pure del resto i maestri Itosu e Higaonna, si rendeva conto di questo  esiziale clima e se ne rammaricava profondamente in quanto egli vedeva nel karate un mero strumento educativo che poteva portare benefici all’intera umanità e non un semplice e cruento metodo di lotta fatto per uccidere .

Ciro Varone